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Edizione del 26/09/2026

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Rivista Africa
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azawad

    FOCUS

    Lo scontro decisivo per le sorti del Mali si sposta a Gao

    di Tommaso Meo 14 Agosto 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    L’insolita alleanza tra jihadisti del Jnim e separatisti dell’Azawad punta a isolare Bamako e a conquistare la strategica base di Gao, ultima linea di difesa per l’esercito maliano e i suoi alleati russi di Africa Corps nel nord del Paese

    di Andrea Spinelli Barrile

    La mattina di domenica 9 agosto gli uomini del 23esimo reggimento delle Forze armate maliane (Fama), con l’aiuto dei russi di Africa Corps, hanno respinto un attacco armato al campo militare di San, nella regione di Segou, nel Mali centrale, a circa 400 chilometri a est di Bamako. L’attacco sarebbe stato condotto da membri della coalizione Jnim-Fla (il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani, di matrice islamista, e il Fronte di liberazione dell’Azawad, di matrice separatista), stando a quanto hanno diffuso account social del Corpo d’armata africano russo.

    Durante lo scontro, riporta la propaganda militare, almeno 40 miliziani sarebbero rimasti uccisi: «Ringraziamo la popolazione locale per essere rimasta vigile. L’esercito continua a svolgere le sue missioni. La base non è caduta, continuiamo a bonificare la nostra area di responsabilità» ha dichiarato il colonnello El Oumrani, il comandante della base, in un video diffuso sugli account social di Africa Corps. La precisazione sul mantenimento della posizione da parte delle Fama non è casuale: per tutto il pomeriggio di domenica, infatti, i social hanno fatto da cassa di risonanza alla propaganda jihadista, che oltre a rivendicare l’attacco dava notizia della conquista della base, con video che mostrano il parco veicoli abbandonato, diverse decine di divise alla rinfusa e l’avanzata dei miliziani verso il campo militare. A diversi giorni dall’attacco, ad Africa Rivista non è stato possibile verificare completamente e in modo indipendente le varie versioni dei fatti divulgate.

    L’ultimo baluardo

    Quel che è tuttavia evidente è che il conflitto in Mali, in questo 2026, è entrato in una nuova fase che va molto oltre lo scambio di cortesie sul campo di battaglia: la forma attuale di questa guerra riguarda il futuro dello Stato maliano per come lo conosciamo. Mentre il governo militare ha stretto e rafforzato la sua alleanza con l’unico partner di sicurezza con uomini sul campo, gli Africa Corps russi, i suoi nemici (islamisti e separatisti) stringono alleanze tra loro e puntano tutto sulla strategia militare, combinando pressione armata, isolamento economico, controllo della logistica commerciale e diplomazia regionale. Secondo un’inchiesta pubblicata recentemente da Africa Intelligence, il leader militare maliano Assimi Goita, contrariamente a quanto fatto in occasione del primo blocco dei carburanti imposto dal Jnim, sta rifiutando i negoziati e puntando sui rinforzi russi (che stanno fornendo anche i droni iraniani Shahed fabbricati in Russia) e sui rifornimenti militari che transitano attraverso la Libia.

    Secondo diversi analisti ed esperti, tutto fa pensare che la prossima battaglia campale sarà per Gao, l’ultima linea di difesa per la presenza maliana e russa nel nord. A Gao c’è una base aerea e logistica che collega Bamako alle regioni dell’Azawad, permettendo all’esercito di sostenere le sue forze ad Ansongo, Ménaka e Timbuctù: persa Gao, l’esercito maliano sarebbe costretto a ritirarsi di almeno altri 400 chilometri verso sud, lasciando un’area immensa al controllo dei suoi nemici. Il Fronte di Iyad Ag Ghali si prepara a una nuova fase della sua campagna, dopo l’attacco del 25 aprile che ha raggiunto il cuore dell’apparato militare a Kati e Bamako, e anche le rinnovate alleanze dello Stato maliano fanno pensare che è arrivato il momento di serrare il più possibile i ranghi.

    Un’alleanza tattica piena di contraddizioni

    Sono due gli eventi recenti che hanno caratterizzato la cronaca e la politica del Sahel: da un lato la normalizzazione dei rapporti tra Mali ed Algeria, annunciata dal primo ministro maliano Abdoulaye Maiga sempre domenica, e dall’altro l’interesse americano a una partnership con la giunta militare maliana in chiave anti-islamista. Si tratta di due fatti che, in realtà, guardano allo stesso luogo geografico: il Mali centro-settentrionale, quell’immensa area semi-desertica che oggi è il principale teatro del conflitto nel Paese africano.

    Una regione di cui proprio Gao è oggi la roccaforte principale: l’eventuale caduta della città in mano islamista-separatista porterebbe guai seri alla giunta militare maliana. Secondo Africa Intelligence, paralizzerbbe la capacità di Fama e Africa Corps di muoversi verso nord, isolare le forze dispiegate al di fuori delle grandi città, trasformare vaste aree dell’Azawad in spazi fuori dal controllo di Bamako e aprire la strada a una pressione militare e politica maggiore sul centro del Mali.

    Le recenti battaglie ad Ansongo e gli attacchi alla logistica tra Gao e Timbuctù, oltre all’attacco al campo militare di San, sono interpretati come un tentativo di smantellare il perimetro della città di Gao, prima di colpirla direttamente. Attualmente, la strana alleanza tra jihadisti e separatisti sembra assegnare dei ruoli precisi: il Jnim si assume il peso militare, il taglio delle vie di rifornimento e la pressione su Bamako, mentre il Fla fornisce la copertura locale, la facciata politica e le relazioni regionali. Tuttavia, questa alleanza si basa più sul nemico comune che su obiettivi politici o un progetto unificato: il Fla punta a prendersi l’Azawad mentre il Jnim di Iyad Ag Ghali vuole espandere la propria influenza e stabilire un sistema fondato sulla loro interpretazione della sharia. Un’alleanza che è anzitutto una contraddizione e che potrebbe incrinarsi presto, di fronte all’eventuale necessità di spartirsi il potere perduto da Bamako sui territori del centro-nord.

    Sopravvivere a una guerra senza quartiere

    Nel frattempo, le perdite continuano ad essere ingenti sul campo di battaglia e Bamako mostra di volere mettere in campo una strategia sempre più aerea: da circa due mesi, viene segnalato da diversi analisti l’uso di droni Shahed, tecnologia iraniana assemblata in Russia, ma anche la più classica aviazione e le linee di supporto esterne giocano un ruolo fondamentale per le Forze armate e i loro partner russi. Tuttavia, Jnim e Fla mostrano una capacità costante di agire (e aprire continuamente) su più fronti e di saper minacciare concretamente le linee di rifornimento del carburante e delle armi.

    Queste dinamiche, nel teatro di guerra del Mali cento-settentrionale, ci rivelano che non basterà controllare una base o un campo militare: è la geografia, in questo momento, l’oggetto del desiderio dei jihadisti e dei separatisti. E così, secondo l’analista maliano e specialista di conflitti Oumar al-Ansari, solo se Gao resterà sotto il controllo di Bamako allora questo potrà continuare la guerra nel nord. La sua caduta potrebbe significare il collasso del fragile sistema di sicurezza e della profondità strategica dell’esercito, trasformando il conflitto da logoramento a battaglia diretta per la sopravvivenza dello Stato.

    I suoi rappresentanti, i soldati, a sopravvivere fanno sempre più fatica: alla fine di luglio Amnesty International ha diffuso un rapporto in cui dimostra crimini e violazioni dei diritti umani sui soldati maliani prigionieri degli islamisti, un destino riservato anche alle popolazioni locali che non si sottomettono. La situazione in Mali è sotto indagine della Corte penale internazionale dal 2013 e il ritiro del Mali dallo Statuto di Roma non pregiudicherà indagini e procedimenti in corso, almeno fino al 23 giugno 2027, data del ritiro effettivo.

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    14 Agosto 2026 0 commentI
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