Morte Umberto Bossi, il caso Tanzania tra le pagine controverse

di Tommaso Meo
Umberto Bossi

Umberto Bossi, morto ieri all’età di 84 anni, ha costruito una carriera politica solleticando gli istinti più bassi degli italiani, prima contro i meridionali e poi contro gli immigrati tout court, ma una delle pagine più oscure del suo percorso è legata curiosamente all’Africa e, in particolar modo, alla Tanzania. Il rapporto tra la Lega Nord e il Paese dell’Africa orientale rappresenta uno dei capitoli più controversi della storia del partito fondato. Una vicenda emersa a partire dal 2012 e che ha intrecciato finanza opaca, inchieste giudiziarie e gestione dei fondi pubblici, con conseguenze politiche e giudiziarie rilevanti.

Tutto inizia dalle indagini sui rimborsi elettorali percepiti dalla Lega tra il 2008 e il 2010. Secondo la magistratura, il Carroccio avrebbe ottenuto indebitamente 49 milioni di euro attraverso rendicontazioni non veritiere, denaro poi in parte utilizzato per operazioni finanziarie all’estero. Il tesoriere del partito, Francesco Belsito, figura centrale nello scandalo, avrebbe gestito una parte di queste somme destinandole a investimenti in Paesi stranieri, tra cui proprio la Tanzania.

Le indagini, secondo un resoconto del quotidiano La Stampa,hanno individuato trasferimenti milionari: circa 4,5 milioni di euro sarebbero stati collocati in Tanzania nel dicembre 2011, nell’ambito di una strategia che, secondo la difesa, mirava a “diversificare” gli investimenti del partito. Tuttavia, per gli inquirenti, queste operazioni si inserivano in un sistema più ampio di gestione opaca delle risorse pubbliche, con fondi trasferiti anche verso conti offshore e altri strumenti finanziari esteri.

La Tanzania compare più volte negli atti giudiziari non solo come destinazione di capitali, ma anche quale luogo di investimenti in asset atipici, come diamanti e fondi speculativi. Secondo alcune ricostruzioni investigative, il trasferimento di denaro verso il Paese africano rappresentava uno dei tasselli di un meccanismo ideato per sottrarre parte dei fondi alla tracciabilità immediata, alimentando sospetti di riciclaggio e appropriazione indebita.

Le intercettazioni raccolte dagli investigatori suggeriscono inoltre che i vertici politici fossero a conoscenza delle operazioni. In particolare, riporta il quotidiano La Repubblica, emerge che Bossi e l’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, fossero informati degli investimenti all’estero, inclusi quelli in Tanzania, giustificati come una scelta prudenziale in un momento di instabilità finanziaria europea.

Lo scandalo esplode pubblicamente nel 2012 e provoca un terremoto politico interno al partito. Bossi è costretto alle dimissioni da segretario federale, mentre l’inchiesta giudiziaria si allarga coinvolgendo dirigenti e revisori contabili. A maggio 2012 Bossi viene iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Milano con l’accusa di truffa ai danni dello Stato a causa dello scandalo dei rimborsi elettorali, ossia di aver usato denaro pubblico per esigenze personali (nell’ambito del cosiddetto “scandalo Belsito”).

Il 5 febbraio 2015 la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Genova chiede di rinviare a giudizio Bossi e il tesoriere per truffa sui rimborsi ai danni dello Stato (40 milioni di euro). L’inchiesta, da Milano, era stata trasferita a Genova per competenza territoriale. Nel 2018 è stato condannato a 1 anno e 10 mesi per aver sottratto indebitamente allo Stato circa 49 milioni di euro. Nell’agosto del 2019 è prescritto il reato di truffa per Bossi e Belsito, ma la Cassazione conferma la confisca dei 49 milioni di euro alla Lega. Cadono invece le confische personali.

Il “filone Tanzania” rimane uno degli elementi simbolicamente più forti della vicenda. Non solo per la dimensione internazionale degli investimenti, ma anche per il contrasto politico che esso evidenzia: un partito storicamente critico verso l’immigrazione e il Sud del mondo che, al contempo, indirizzava parte delle proprie risorse proprio verso Paesi africani.

A distanza di anni, la vicenda continua a pesare sulla storia della Lega. Sebbene alcuni reati siano stati dichiarati prescritti, la confisca dei fondi è rimasta, sancendo in via definitiva la responsabilità patrimoniale del partito. Il caso Tanzania, insieme agli investimenti a Cipro e ad altri episodi, rappresenta così uno dei passaggi più delicati nella trasformazione della Lega, da movimento territoriale a forza politica nazionale. Una transizione segnata da uno dei più rilevanti scandali finanziari della politica italiana recente.

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