Escalation in Medio Oriente: le reazioni del Nord Africa

di Tommaso Meo
Suez

Dopo l’escalation seguita all’attacco congiunto israelo-americano contro l’Iran e ai successivi attentati che hanno colpito vari Stati della regione, i Paesi del Nord Africa hanno reagito in modi differenti in difesa propri interessi nazionali.

In Algeria, il presidente Abdelmadjid Tebboune ha avviato una serie di consultazioni telefoniche con leader arabi, tra cui i capi di Stato e di governo di Kuwait, Oman, Qatar, Giordania e Arabia Saudita. Secondo la Presidenza, Tebboune ha ribadito il sostegno a un «rapido ritorno alla calma», chiedendo informazioni sulla situazione della sicurezza e sollecitando una de-escalation immediata. Il quotidiano Le Matin d’Algérie osserva tuttavia che, pur moltiplicando gli appelli alla moderazione, Algeri «si è astenuta dal nominare le parti responsabili dello scoppio del conflitto», una cautela letta come il tentativo di preservare margini di manovra in un quadro regionale in trasformazione, anche alla luce dei precedenti rapporti con Teheran.

Il ministero degli Esteri ha invece condannato «qualsiasi aggressione contro il territorio di qualsiasi Stato» e ha espresso «la sua piena solidarietà» a diversi Paesi arabi del Golfo e alla Giordania, invitando tutte le parti a «cessare immediatamente le operazioni militari» e a tornare ai negoziati. Nella nota, Tunisi richiama anche il ruolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, chiamato ad «assumersi le proprie responsabilità» per la tutela della pace internazionale.

Più netta la posizione del Marocco. Il ministero degli Esteri di Rabat ha condannato «con la massima fermezza il deplorevole attacco missilistico iraniano» contro Stati arabi «fratelli», definendolo una «flagrante violazione della sovranità nazionale» e una minaccia diretta alla stabilità regionale. Il Regno ribadisce inoltre la propria solidarietà alle misure adottate da questi Paesi per garantire la sicurezza dei loro cittadini.

Dal canto suo, l’Egitto guarda soprattutto alle ricadute economiche e strategiche del conflitto. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi, intervenendo durante un iftar con le forze armate, ha messo in guardia dagli effetti di un’ulteriore escalation, citando in particolare il rischio di chiusura dello Stretto di Hormuz e l’impatto sul Canale di Suez. Al-Sisi ha ricordato che «il traffico marittimo attraverso il Canale non è tornato alla normalità» dall’inizio della guerra a Gaza e che un blocco di Hormuz avrebbe «un impatto significativo sui flussi di petrolio e sui prezzi globali», invitando le autorità a valutare «tutte le diverse possibilità e scenari».

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