15 anni fa finiva il sogno di un’Eritrea democratica

di Enrico Casale
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Isayas Afeworki

Isayas Afeworki

Quindici anni fa si spegneva il sogno eritreo. Il 18 e il 19 settembre 2001, al riparo dall’eco mediatica dell’attentato alle Torri gemelle, il regime avviava una durissima retata che avrebbe portato in carcere quindici alti esponenti della lotta di liberazione e poneva la pietra tombale sul progetto di creazione di uno Stato democratico.

Per molti studiosi e semplici amanti dell’Africa, l’Eritrea era diventato un modello di coesione nazionale e di determinazione nella lotta per la propria autodeterminazione. Dopo trent’anni di lotta contro l’Etiopia, Asmara nel 1993, a seguito di un referendum, si era staccata da Addis Abeba. A guidare il Paese era Isayas Afeworki, leader guerrigliero, allora amatissimo dalla popolazione. Quattro anni più tardi, viene approvata una Costituzione democratica e multipartitica. Il Governo però ne ritarda l’entrata in vigore. Nel 1998, lo scoppio di una nuova guerra contro l’Etiopia, secondo le autorità, fa sì che non esistano le condizioni per un trasformazione democratica. Terminato il conflitto nel 2000, un gruppo di ministri ed ex guerriglieri pubblica una lettera aperta in cui chiedono l’introduzione di regole democratiche. Il regime non solo non risponde, ma inizi a controllare le abitazioni di queste personalità. E, in particolare, quella del ministro Petros Solomon, il generale che aveva liberato Asmara nel 1991, di Haile Woldentensae, un compagno di lotta di Isayas Afeworki nella guerra contro l’Etiopia, Ogbe Abraha, il capo di stato maggiore. I firmatari della lettera sapevano di avere i giorni contati. Poche settimane prima, erano stati «congelati»: ricevevano i salari, ma era stato loro ordinato di abbandonare ogni attività pubblica.

guerrigliere eritreee durante la guerra di indipendenza contro l'Etiopia

Guerrigliere eritree durante la guerra di indipendenza contro l’Etiopia

Il 18 settembre scattano gli arresti. All’alba, un commando guidato del misterioso colonnello Simon Ghebredingel arresta i ministri uno dopo l’altro. Lo stesso giorno la radio statale annuncia il bando di giornali ed emittenti private. Gli arrestati vengono portati alla prigione centrale di Asmara. Alcuni giorni dopo vengono arrestati anche i più noti giornalisti eritrei che hanno chiesto spiegazioni al Governo.

Degli arrestati non si saprà più nulla di ufficiale. Secondo alcune indiscrezioni, rilasciate da guardie carcerarie fuggite all’estero, politici e giornalisti arrestati avrebbero fatto uno sciopero della fame per chiedere un processo equo. Per evitare che dimostrazioni di questo tipo potessere avere un’eco mediatica, l’autorità li ha deportati in campo di prigionia nel deserto Nord-Est. Alcuni di essi sarebbero morti. E con loro il sogno di un’Eritrea democratica.

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