Tunisi, la rivoluzione dei tatuaggi

di Diego Fiore
Tatuaggi Tunisi
Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Sono stati a lungo osteggiati dalle autorità civili e religiose perché considerati simboli eversivi. Oggi i tatuaggi furoreggiano tra i giovani tunisini. Ma non tutti apprezzano la nuova moda

Non è raro, per le vie di Tunisi, incrociare donne anziane con il volto decorato da tatuaggi berberi: simboleggiano l’appartenenza all’una o all’altra tribù. Una sorta di carta d’identità marchiata sul corpo. Con il passare del tempo, quei simboli, emblemi della cultura locale, sono andati via via sparendo. In epoca coloniale furono proibiti: erano considerati simboli della resistenza. Più tardi, sotto il regime di Ben Ali, disegni e scritte sulla pelle erano malvisti perché associati nell’immaginario collettivo a banditi, fuorilegge, ex galeotti, pericolosi sovversivi.

«Oggi la cultura tattoo è tornata di moda, un segnale del vento di cambiamento che soffia nel Paese», dice con soddisfazione Fawez Zahmoul, 33 anni, il più famoso tatuatore tunisino e il primo ad aver aperto una scuola di tatuaggio nel Nord Africa. «A dire il vero, anche prima i giovani avevano tatuaggi, ma con discrezione, su parti del corpo non troppo visibili. Ora invece non li nascondono più, anzi vogliono mostrarli, con orgoglio. In televisione ormai si vedono le star coi tatuaggi: sono diventati parte del costume».

Considerati “peccato”

Fawez si è avvicinato all’arte del tatuaggio durante gli studi universitari in Marocco. «Stavo cercando un lavoretto per potermi mantenere. Per caso sono capitato nello studio di un tatuatore spagnolo: facevo le pulizie, compravo ciò che mancava, prendevo gli appuntamenti – racconta –. Vi sono rimasto cinque anni, imparando poi le basi del tatuaggio, ma solo per aumentare il mio stipendio: non pensavo di farne un mestiere».

Ritornato in Tunisia nel 2006, Fawez ha portato con sé del materiale per fare i tatuaggi. Ha cominciato con gli amici. Grazie al passaparola, la schiera dei clienti è cresciuta sempre più. Nel frattempo Fawez ha viaggiato alla ricerca di stage per migliorare la sua tecnica e specializzarsi: Turchia, Asia, Thailandia, Filippine, Europa. In patria ha dovuto battersi contro l’inerzia delle autorità, che hanno a lungo osteggiato lo sviluppo del settore. Nel 2014 ha creato il Sindacato dei tatuatori tunisini, per contrastare la burocrazia che impediva di avviare l’attività.

«Il ministero della Sanità metteva ostacoli a non finire: non riuscivano a inquadrare questa nuova professione – ricorda Fawez –. A ciò si aggiungeva la mentalità della gente: dal punto di vista religioso i tatuaggi sono considerati haram, peccato. È stato difficile andare contro questa visione». Dopo la Rivoluzione, il clima è cambiato, ma gli oscurantisti non sono scomparsi.

Le botte, la scuola

Nel 2016, dopo aver aperto il primo salone riconosciuto dallo Stato, “Fawez Tattoo-Shop”, ha subito un’aggressione. Alcuni individui lo hanno picchiato accusandolo di utilizzare come logo un simbolo massonico. «Hanno tentato di devastare tutto, ma non mi hanno intimorito». Anzi: un anno fa Fawez apre a La Marsa (cittadina a 18 chilometri da Tunisi) una scuola di tatuaggio. È la prima nel mondo arabo e nel Nord Africa e sta già riscuotendo un notevole successo. «Insegno le tecniche di disegno, le norme igieniche da rispettare, la storia dell’arte in rapporto al tatuaggio, e così via». La formazione dura dai 4 ai 6 mesi. Gli allievi? «Di tutte le età. Gente interessata a imparare un nuovo mestiere e alimentare una passione».

Come Fatma Charfi, 26 anni, che è già tatuatrice: «Ho studiato da autodidatta, ora ho bisogno di ampliare le mie conoscenze, migliorare la mia tecnica e avere un diploma riconosciuto». O Myriam Moalla, 42 anni, un lavoro in ambito paramedico: «Adoro il disegno e tutto ciò che è artistico, è una nuova esperienza per me. Poi, chissà, magari diventerà un lavoro!».

(Testo di Giada Frana – foto di Chedly Ben Ibrahim)

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