Tanzania: in treno da Dar es Salaam al Lago Tanganica

di Matteo Merletto
Tempo di lettura stimato: 5 minuti

Due giorni di viaggio su un convoglio lento e imprevedibile, lungo i binari d’epoca coloniale della Central Line: una ferrovia epica destinata a diventare cruciale per lo sviluppo dell’Africa orientale

È l’alba alla stazione di Dar es Salaam. I facchini spingono i loro carrelli lungo la banchina, mentre intere famiglie trascinano valigie e borse piene di cibo. «Si sa quando si parte, non si sa quando si arriva – spiega una donna carica di vettovaglie –. In caso di guasto, il treno può restare fermo in mezzo alla savana per un tempo indefinito… Meglio essere previdenti».

A guardarlo, fermo sul suo binario, il convoglio non infonde affatto sfiducia, anzi: nella sua livrea bianca e rossa sembra nuovo di zecca. In effetti è così: le carrozze sono da poco arrivate dalla Corea del Sud, hanno tre classi e un vagone ristorante, il personale indossa una divisa elegante e porta badge plastificati. Di fronte al binario, su una bacheca di legno, sono scritti a mano e in bella calligrafia i nomi di tutti i passeggeri e la carrozza a cui sono stati assegnati. I posti vuoti sono pochissimi: per la maggior parte della popolazione il treno è ancora l’unico mezzo per coprire grandi distanze (la Tanzania ha una superficie tripla rispetto all’Italia). In zone dove l’asfalto è ancora lungi dall’arrivare e gli aerei sono appannaggio di pochi, quello ferroviario è il solo metodo di trasporto veramente democratico.

Storici binari

I miei compagni di cuccetta sono uomini: un sacerdote, due studenti che fanno ritorno a casa per le vacanze estive, un anziano schivo e silenzioso. Dagli scompartimenti riservati alle donne, invece, arriva il chiasso che accompagna la sistemazione di bagagli e vettovaglie: trasformano quei pochi metri quadrati in una casa confortevole e colorata in cui passeranno decine di ore. Quando il treno si muove, è ormai giorno fatto e la periferia della capitale tanzaniana rivela il suo scenario di degrado e timida modernità. Poi iniziano le colline e la vegetazione: la gente nei villaggi sospende i propri affari e si ferma a osservare il rumoroso spettacolo del nostro passaggio.

Quello della Central Railway Line è un lunghissimo binario che collega Dar es Salaam a Kigoma tagliando la Tanzania da est a ovest. Costruita dai tedeschi tra il 1905 e il 1914, la linea ricalca l’antica rotta di merci e schiavi che, in verso contrario, si allungava dal Tanganica fino a Bagamoyo, sull’Oceano Indiano. Da lì poi si raggiungeva in nave Zanzibar, il grande mercato, dove uomini e beni venivano venduti e imbarcati per lunghe traversate. Per decenni queste rotaie sono servite agli europei per svuotare il cuore dell’Africa delle sue ricchezze, oggi tentano invece di unire un Paese enorme e dalle smisurate distanze. A parte il treno, tutto il resto è rimasto come un tempo: le stazioni sono ruderi in stile coloniale dai muri scrostati, mentre i binari, vecchi e troppo stretti, non permettono neanche a moderne carrozze come queste di superare gli 80 chilometri orari. Così, se nel 1914 occorrevano 58 ore per raggiungere Kigoma, più di un secolo dopo ce ne vogliono comunque non meno di 30.

Binari vitali

La prima fermata è Morogoro, località incastonata tra le montagne che aprono al Parco nazionale di Mikumi. Non appena il treno rallenta, decine di persone gli si precipitano incontro. Arrivano dalle campagne, il passaggio del treno rappresenta per loro una delle poche occasioni per mettere in vendita parte del raccolto. A vagoni fermi, iniziano le contrattazioni: dal finestrino scorgo cesti pieni di frutta, verdura e riso fluttuare sopra le teste dei loro venditori. Uno dei miei giovani compagni di viaggio offre arachidi appena acquistate per pochi scellini. Compie questo viaggio una volta l’anno per visitare la famiglia, mi spiega che i primi tempi ha provato anche a servirsi dell’autobus, ma ha cambiato idea dopo che il mezzo su cui viaggiava è uscito di strada provocando diversi feriti (in Tanzania il trasporto su strada provoca centinaia di vittime l’anno).

Sentiamo fischiare, il treno si rimette in moto e lentamente la stazione torna a svuotarsi. Fino al prossimo passaggio resterà deserta e silenziosa. È già buio quando raggiungiamo Dodoma. È questa la capitale del Paese, scelta nel lontano 1973 per sostituire Dar es Salaam. Nelle intenzioni del primo presidente, Julius Nyerere, la sua posizione centrale avrebbe dovuto venire incontro in maniera più efficace ai bisogni della gente, ma quarantacinque anni sono passati e gli uffici governativi che si sono trasferiti qui si contano sulle dita di una mano. Il motivo è evidente: l’inefficacia dei collegamenti. Del resto, è con il settore dei trasporti che si gioca la sfida più importante per la Tanzania.

Arrivano i turchi

Lo ha capito bene il presidente John Magufuli, eletto nel novembre 2015 e deciso a dare al Paese una rete di infrastrutture affidabile e moderna. In questo progetto la Central Line avrà un ruolo cardine: diffidente nei confronti delle commesse cinesi, tra le prime iniziative del nuovo capo dello Stato c’è stata la rottura dell’accordo che il suo predecessore aveva stipulato con la Exim Bank di Pechino, che prevedeva un finanziamento di 7,6 miliardi di dollari. Decisiva in questo senso è stata la visita, un anno fa, del presidente turco Erdogan, al quale Magufuli ha chiesto sostegno finanziario per il progetto che prevede un graduale rinnovamento ed estensione della rete. Da lì in poi i tempi sono stati brevissimi: il governo tanzaniano ha sottoscritto un contratto con la società turca Yapı Merkezi e la portoghese Mota-Engil per la costruzione di una nuova linea tra Dar es Salaam e Dodoma. I lavori sono iniziati lo scorso maggio sotto la supervisione della sudcoreana Korail e nelle intenzioni del governo il nuovo binario potrà essere inaugurato già nel 2019.

Con binari più larghi e resistenti, il Deluxe Train sul quale sto viaggiando potrà dunque spingersi fino ai 160 chilometri all’ora, dimezzando i tempi di percorrenza e permettendo un flusso di merci stimato in 17 milioni di tonnellate l’anno. Ma le intenzioni di Magufuli vanno ben oltre: la nuova linea è infatti destinata a costituire la prima tappa di una rete di oltre 2200 chilometri che collegherà Dar es Salaam con Kigali in Ruanda, Musongati in Burundi e il porto di Mwanza sul lago Vittoria. Se tutto dovesse andare come previsto, la Tanzania diventerà un hub ferroviario strategico per lo sviluppo dell’Africa orientale.

Fretta di crescere

Intanto il mio treno continua a procedere lentamente verso la sua meta. Nel vagone ristorante qualcuno parla proprio del presidente Magufuli menzionando lo zelante motto con cui è diventato famoso: Apa kasi tu (“Qui, solo lavoro”). Per alcuni passeggeri, Magufuli è l’uomo della provvidenza, per altri, la prossima vittima di un sistema comunque corrotto e insanabile. Nella notte il convoglio attraversa le sconfinate pianure centrali disseminate di baobab. Nel dormiveglia scorgo fuochi lontani o le luci elettriche di qualche piccola stazione in cui non è prevista la sosta. All’alba siamo a Tabora (città fondata a metà del XIX secolo dagli arabi per il traffico degli schiavi); al tramonto, siamo finalmente al capolinea: la città commerciale di Kigoma. Oltre, ci sono solo le sponde del Lago Tanganica, luogo di incontri memorabili: nel 1871, a pochi chilometri da qui, nel villaggio di Ujiji, il giornalista Henry Stanley ritrovò l’esploratore David Livingstone, dopo un viaggio durato due anni.

Il treno non fa in tempo a fermarsi che i passeggeri si fiondano giù dalle carrozze e sgattaiolano coi loro pacchi colorati, tutti impazienti di raggiungere le proprie destinazioni finali. La Tanzania sembra aver fretta di crescere, e il suo presidente non vuole perdere il treno del progresso e dell’efficienza.

(testo e foto di Antonio Oleari)

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