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violenza

    Charlie-Hebdo
    FOCUSNERO SU BIANCO

    Ignazio De Francesco: “Ma il Profeta non reagiva con la spada”

    di Pier Maria Mazzola 1 Novembre 2020
    Scritto da Pier Maria Mazzola

    «Il silenzio, e non la rabbia è la risposta che spegne il fuoco dell’odio e del disprezzo». Così un musulmano e islamologo sulle vendette in reazione alla satira di Charlie Hebdo. Un monaco cattolico esperto di islam spiega questa affermazione inquadrandola nel fondamento coranico, travisato da un’interpretazione diventata dominante.

    Uccidendo Samuel [il prof. Samuel Paty, che aveva mostrato in classe le vignette di Charlie Hebdo], Abdouallakh ha ritenuto in coscienza di fare una cosa buona e giusta. Non un delitto ma la punizione di un delitto. Se non si parte da qui non si arriva al bandolo della matassa e non si trovano vie di uscita di una crisi che serpeggia nel cuore dell’Europa (sempre più) multietnica e multiculturale: da una parte il diritto alla satira, che per sua natura non conosce confine tra sacro e profano, e per la quale i fondatori delle religioni non sono che personaggi comparsi (e scomparsi) sulla scena della storia, al pari di imperatori, re, presidenti, capi di partito.

    Quanto alla divinità poi, Dio o angeli che siano, per la satira non si tratta che di frutto di umana immaginazione, senza nessuna consistenza reale, ma dotata di potere. E la satira, per natura sua, attacca il potere. Si può impedire di pensare così? Si può impedire di dire ciò che si pensa, anche in un modo che faccia ridere?

    Dall’altra parte c’è la fede di chi crede che quelle cose siano vere e sante, e il credente soffre a vederle irrise, perché ne ha fatto il senso della propria vita. È naturale. Ma la domanda è: posso arrivare a uccidere per la dissacrazione di ciò che per me è sacro? Con quale diritto tolgo la vita a chi esprime il suo pensiero attraverso la satira?

    Un vicolo cieco?

    Ho provato a scrivere nella finestra di ricerca del web “al-hukm fi man sabba al-rasul” (La norma data per chi insulta il Profeta) e ne è uscita una valanga di articoli e video che con poche variazioni sul tema affermano il dovere di uccidere chi in qualsiasi modo manchi di rispetto a Muhammad.

    L’autorità di riferimento da tutti citata è Ibn Taymiyya, giurista e teologo vissuto a cavallo tra XIII e XIV secolo, autore di un’opera che si è imposta: al-Sarim al-maslul ‘ala shatim al-rasul (La spada sguainata contro chi insulta il Profeta). Abdouallakh non ha dunque fatto altro che dare esecuzione all’alto insegnamento etico/giuridico di un testo che i siti da me consultati propongono come lettura doverosa per tutti i buoni musulmani. Se le cose stanno proprio così, non c’è uscita.

    Ogni buon musulmano, anche se non si arma e non arma la mano di nessuno, nutre nel suo cuore il pensiero che la satira contro chi ritiene Profeta e Sigillo della profezia merita d’essere lavata con il sangue. È possibile una narrazione differente?

    Nel carcere dove lavoro come volontario, abitato per la maggior parte da musulmani, era in programma da mesi l’incontro con un mio caro amico, musulmano del Nord Africa e valente islamologo. Il giorno prima, 7 gennaio 2015, c’era stato l’assalto alla sede di Charlie Hebdo, e so che in sezione parecchi avevano lodato Dio. Non si poteva eludere l’argomento. Dunque gli assassini sono dei giustizieri? L’islam insegna solo questo? È questo l’esempio e il comando dato dal suo Profeta?

    Maometto irriso, impariamo da Maometto

    La risposta dell’esperto musulmano, a sorpresa, fu che Muhammad aveva lasciato un esempio del tutto diverso: «Il Corano cita in tante occasioni gli insulti che ha subito il Profeta, chiamato dalla propria gente pazzo, stregone, bugiardo […]. Troviamo una serie di versetti che indicano la risposta giusta alla provocazione: ignorarla. Il silenzio, e non la rabbia è la risposta che spegne il fuoco dell’odio e del disprezzo».

    E a riprova del suo ragionamento, leggeva in arabo e in italiano il seguente versetto: «I servi del Clemente sono coloro che camminano sulla terra con umiltà e quando gli ignoranti si rivolgono loro, rispondono: Pace» (Cor 25,63).

    Se le cose stanno davvero così, come si è potuto compiere il rovesciamento che si legge nelle pagine di Ibn Taymiyya, opera impostasi come la posizione ortodossa sino a oggi? Prova a rispondere Mark Wagner in uno studio pubblicato nel 2015. Risalendo lungo il corso delle fonti islamiche, ritiene si possa dimostrare che gli inizi, e per diversi secoli, non siano quelli descritti da Ibn Taymiyya, che le posizioni delle scuole siano state alquanto differenti, e che l’impulso verso la posizione più drastica sia venuto da un insieme di fattori, inclusi quelli politici di controllo della popolazione e di scontro intraislamico tra sunniti e sciiti, dove, come si sa, lo scambio di insulti era diventata una tradizione consolidata. Insomma, c’è stata una progressiva criminalizzazione della satira, che si è imposta come narrazione unica dell’islam, oscurando posizioni differenti e più vicine alle origini.

    Questo oscuramento tocca, in un modo davvero paradossale, persino l’esempio lasciato da Muhammad nel Corano, come ricordato dal mio amico musulmano islamologo in carcere. Paradossale perché il comportamento di Muhammad è di solito norma.

    Normare la norma

    Nei siti che ho consultato si riconosce che nel Corano il Profeta dell’islam ha perdonato chi si faceva beffe di lui, ma si precisa che si è trattata di una scelta personale, di una rinuncia alla vendetta che non vincola, perché non si può dire che cosa farebbe oggi se fosse vivo. Non meno sorprendente è l’affermazione che l’insulto contro Dio è nei fatti più grave di quello contro il Profeta.

    Vale il criterio precedente: del primo si sa che il perdono è garantito a chi si pente, mentre del secondo non si sa cosa farebbe se fosse vivo. Quindi ai suoi seguaci spetta la vendetta, con l’unica limitazione (importante): non si danno iniziative personali, in assenza di Stato islamico nessuno può ergersi a Giustiziere.

    Questa mi sembra essere la narrazione prevalente sul web arabo, ed è quella che si è radicata nel cuore di un ragazzo musulmano giunto in Francia all’età di sei anni, accolto dalla Francia come rifugiato, trasformatosi in Giustiziere dell’islam all’età di diciotto. È possibile opporvi una narrazione differente? È possibile che i dotti tra i musulmani italiani vi si dedichino?

    Critica della giustificazione dottrinale

    La mia è una domanda ma anche una proposta. L’impresa non è facile. È più facile tacere che andare controcorrente, come prova a fare un gruppo d’intellettuali legati in vario modo all’università al-Azhar, che hanno fondato recentemente una pagina FB: Azahira yastanirun.

    In un comunicato sull’assassinio del professore francese affermano che una condanna generica del crimine (come giunge da tante parti, singoli e associazioni) non basta ma che, in quanto musulmani, si sentono chiamati a una risposta puntuale sul punto di dottrina. Il testo è in arabo, ma accessibile nella (orribile) traduzione automatica inglese.

    In sintesi: Corano e Sunna profetica non includono il reato capitale (hadd) di insulto del Profeta; quanto alle fonti successive che lo prevedono, i musulmani hanno il diritto e il dovere di esercitare l’analisi critica di quei testi; per quanto riguarda in particolare l’opera di Ibn Taymiyya, che ha stabilito la “ortodossia islamica” giunta sino a Abdouallakh, non è affatto accertato il punto centrale della sua argomentazione, che cioè la sua opinione sia rappresentativa di tutto l’islam.

    Nel pluralismo la salvezza in questo mondo.

    Ignazio De Francesco per SettimanaNews

    L’autore di questo articolo è monaco della Piccola Famiglia dell’Annunziata, la comunità fondata da Giuseppe Dossetti. Si occupa di letteratura cristiana antica in lingua siriaca e di fonti islamiche dell’epoca classica. Collabora con il Gruppo Islam dell’Ufficio nazionale ecumenismo e dialogo interreligioso-Cei ed è delegato per il dialogo della Chiesa di Bologna. Nel 2013 ha conseguito il dottorato presso il Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica (Pisai) di Roma. La sua tesi è stata pubblicata l’anno seguente con il titolo Il lato segreto delle azioni. La dottrina dell’intenzione nella formazione dell’islam come sistema di religione, etica e diritto. La sua esperienza con i detenuti musulmani è invece descritta in Leila della tempesta (2016), opera che circola anche come pièce teatrale. [Dal sito della Fondazione Oasis di Milano per il dialogo islamo-cristiano].

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