Quando Thomas Sankara inizia ufficialmente la sua rivoluzione «democratica e popolare» è il 4 agosto 1983. Il Paese in cui è nato si chiama ancora Alto Volta: è un nome coloniale, di origine portoghese, che a ben vedere indica solo una porzione di territorio. Per dare avvio, davvero, a un nuovo corso ce ne vuole uno nuovo, che unisca le diverse etnie presenti sul territorio ed esprima un anelito morale. Questo nome sarà Burkina Faso. Burkina in lingua dioula significa «Paese», faso in lingua morè vuol dire «degli uomini liberi». Gli abitanti si chiameranno burkinabè. Il suffisso -be appartiene alla lingua peul. Il nuovo nome sarà adottato il 4 agosto 1984. E nei tre anni successivi, suscitando incredulità, fastidio ed enormi speranze, Sankara oserà inventare l’avvenire e l’emancipazione non solo del suo Paese ma di un intero continente. Come è noto, qualcuno armerà – metaforicamente – la mano del suo migliore amico, Blaise Campaoré, per impedire che tutto ciò si realizzasse e il 15 ottobre del 1987 Sankara verrà ucciso.
Il libro Ritratto di un’onesta utopia (Bollati Boringhieri, 2026, pp. 304, €20) ricostruisce vita, morte ed eredità morale e politica di una meteora destinata a lasciare una scia indelebile nel cielo del Burkina Faso. L’autore, l’antropologo Marco Aime, tra i massimi esperti del Sahel, ci consegna una ricca e scorrevole biografia del Che Guevara africano, incastonandola in una cornice di riferimenti storici e culturali altamente documentata e senza cedere alla tentazione dell’agiografia. Sin dalle prime pagine, però, è difficile per il lettore non farsi coinvolgere, provando un’ammirazione assoluta per questo uomo straordinario e, successivamente, rabbia e rammarico per il modo subdolo in cui è stata interrotta la sua ascesa. La postfazione del volume è firmata dal giornalista Andrea De Georgio.



