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Tag:

proteste

    marocco gen z
    QUADERNI AFRICANI

    GenZ 212: dal Marocco la testimonianza di Adilah contro il silenzio del sistema

    di claudia 27 Dicembre 2025
    Scritto da claudia

    di Marisa Cocchiaro – Centro Studi Amistades

    Per comprendere parte della realtà dietro i numeri della repressione, abbiamo incontrato Adilah (nome di fantasia), studentessa di medicina e attivista del movimento GenZ212 in Marocco. Attraverso la sua testimonianza emerge un racconto di una mobilitazione nata su Discord per denunciare la corruzione e il declino dei servizi pubblici nel Paese. Adilah ci guida dall’entusiasmo delle prime marce pacifiche fino alla scelta di sospendere le proteste a causa della violenza e degli arresti di massa.

    Se da un lato il governo marocchino punta a proiettare un’immagine del Paese progressista e stabile, dall’altro la vita quotidiana mostra spesso servizi essenziali carenti e frequenti violazioni di libertà civili. Le proteste della GenZ212 nascono proprio in questo contesto di contrasti. Nella seconda metà del 2025, la generazione Z ha trovato nei canali digitali uno strumento centrale per esprimere dissenso contro crisi economica, corruzione percepita e disuguaglianze sociali. In una recente dichiarazione diffusa sui social emerge la loro richiesta di riformare i servizi pubblici e rispettare la Costituzione marocchina, citando in particolare gli articoli sulla democrazia, la libertà di riunione, il diritto alla salute e all’istruzione e la partecipazione dei giovani.

    Nei media nazionali, queste manifestazioni sono state spesso descritte come minaccia all’ordine pubblico, e la diffusione online di contenuti legati alle proteste è frequentemente trattata come “istigazione alla commissione di reati gravi e reati minori mediante mezzi elettronici”. Tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, le rivendicazioni si sono concentrate su sanità, istruzione e giustizia, in risposta a episodi di violenza, arresti arbitrari e condanne sproporzionate. La narrativa ufficiale privilegia invece il racconto di vandalismi e discorsi ritenuti istigatori, accompagnato dalla celebrazione dell’aumento del 16% dei fondi per sanità e istruzione deciso dal Consiglio dei ministri. Lo spazio per il confronto pubblico si riduce ulteriormente: gli incontri online restano l’unico canale di espressione, ma anche la semplice partecipazione è percepita come rischiosa. La fragilità delle libertà civili è confermata dai dati sulle detenzioni: secondo gli ultimi dati condivisi dalla Procura Generale a inizio dicembre, le persone arrestate in relazione alle proteste erano oltre 5.780, di cui 1.473 ancora in custodia e 162 minori, molti affidati a istituti di detenzione.

    Per restituire lo sguardo di chi ha vissuto queste proteste, ho incontrato Adilah, giovane studentessa di medicina, che racconta in prima persona la nascita e gli sviluppi del movimento.

    Cosa è successo nei giorni precedenti alle manifestazioni del 27 e 28 Ottobre?

    Un paio di settimane prima, circolavano molti video online che mostravano la distopia del Marocco: da un lato c’è una vita di lusso, dall’altro infrastrutture orribili. Molti di questi video sono diventati virali e, poco a poco, si è creato un trend che ha alimentato la rabbia della popolazione locale, soprattutto la nostra, quella della generazione Z.
    L’organizzazione dei Mondiali è stata una delle ragioni principali. Non perché odiamo il calcio o qualcosa del genere. No, noi amiamo il calcio, ovviamente. Ma è un problema di priorità: non puoi dirmi che un governo abbia la possibilità di contrarre un debito di 100 miliardi di dollari solo per costruire uno stadio in pochi giorni o in poche settimane secondo gli standard internazionali, ma, al tempo stesso, non è in grado di costruire un buon ospedale o una buona scuola. E poi c’è anche la questione delle persone colpite dal terremoto di Al Haouz. Sono passati ormai due o tre anni e queste persone non hanno ancora una casa. Cosí è nato un gruppo Discord.

    Qual è il ruolo del server GenZ212 su Discord?

    Il server Discord è stato creato il 15 settembre 2025. Ci ha fornito uno spazio per discutere di politica, dato che in Marocco la libertà di parola non è garantita al 100%. La cosa è proseguita con molti podcast e molte discussioni tra di noi giovani, principalmente sui temi della sanità, dell’istruzione e della corruzione. Nel server siamo arrivati quasi a 200.000 membri, che è davvero tanto per un gruppo Discord in Marocco, considerando che la maggior parte dei marocchini non usa nemmeno l’applicazione.

    Tra il 15 e il 27 settembre, questo spazio digitale è diventato il catalizzatore di un malcontento diffuso tra i giovani, vissuto da molti come un vero e proprio risveglio collettivo. La mobilitazione non è nata all’interno di partiti politici o strutture organizzate, ma da una frustrazione condivisa e dalla percezione di essere sistematicamente esclusi dai processi decisionali. Dopo la diffusione virale di alcuni video e il consolidarsi delle discussioni online, il gruppo ha deciso di tradurre il dibattito virtuale in azione concreta, convocando le prime manifestazioni per il fine settimana del 27 settembre.

    Le proteste si sono svolte il 27 e il 28 settembre in numerose città marocchine, tra cui Casablanca, Rabat e Tangeri. La scelta delle date è stata dettata da ragioni pratiche: il fine settimana rappresentava l’unico momento disponibile per una generazione composta in larga parte da studenti e giovani lavoratori.

    Come si sono svolte le manifestazioni e quale è stata la risposta delle autorità?

    All’inizio le proteste erano pacifiche al 100%. Fin dai primi giorni, l’intenzione dei partecipanti era quella di manifestare senza ricorrere alla violenza. A colpire, tuttavia, è stata la reazione delle forze di sicurezza, che hanno risposto con un uso della forza ritenuto sproporzionato dai manifestanti.

    Il 3 ottobre ci sono state alcune proteste che sono degenerate in scontri violenti tra la polizia e i partecipanti. Ci sono stati alcuni episodi di violenza, ma le proteste erano perlopiù pacifiche. Anche all’interno degli spazi digitali del movimento non si può escludere la presenza di singoli messaggi che incitavano alla violenza, ma la linea condivisa dalla maggioranza era chiaramente orientata alla protesta non violenta.

    Durante il secondo fine settimana di manifestazioni si sono registrate tensioni solo in alcune città, in particolare Lqliaa, Oujda e Salé, mentre altrove i cortei si sono svolti senza degenerare. Secondo i partecipanti, anche di fronte agli interventi violenti della polizia, la maggior parte dei manifestanti ha cercato di mantenere un atteggiamento non conflittuale.

    A segnare in modo profondo la mobilitazione è stato quanto accaduto il primo ottobre, quando tre persone che si trovavano nei pressi di un corteo, ma che non partecipavano alle proteste né appartenevano alla Generazione Z, sono state uccise. I manifestanti affermano di essere in possesso di video che dimostrerebbero l’estraneità delle vittime agli scontri. In un primo momento, le famiglie sarebbero state sottoposte a pressioni affinché non rendessero pubblica la vicenda; successivamente, non avendo ottenuto l’apertura di un’inchiesta ufficiale, hanno deciso di esporsi pubblicamente, partecipando a interviste e iniziative online. I familiari hanno diffuso materiali video a sostegno della loro versione dei fatti, sostenendo che le vittime non avessero preso parte né alle proteste né ad atti di violenza. Ma anche se fossero stati coinvolti nella violenza, non meritavano di essere colpiti come è successo.

    Ci sono state conseguenze legali per chi ha partecipato alle proteste?

    Una cosa che la maggior parte delle persone non sa, e che credo il governo stia cercando di nascondere, è il fatto che le persone che hanno protestato hanno ricevuto sentenze assurde. Alcuni sono stati condannati da cinque a quindici anni per motivi disparati: inviare messaggi su Discord, indossare certe magliette durante le manifestazioni o aver compiuto atti di violenza. Tra loro ci sono anche minorenni.

    Uno dei primi iscritti al server Discord del movimento, che non aveva nemmeno partecipato fisicamente alle proteste, è stato arrestato il 26 settembre e condannato a cinque anni solo per “incitamento a protestare”. Non è un caso isolato: altre persone hanno ricevuto condanne fino a quindici anni.
    Altre sentenze hanno colpito in modi ancora più paradossali. Due giovani sono stati condannati a otto mesi di reclusione per le magliette che indossavano: una con la scritta “Gen Z”, l’altra con “Free Palestine”. Casi che rimangono quasi sconosciuti all’opinione pubblica.

    Pensi che i media internazionali abbiano frainteso qualcosa riguardo a queste mobilitazioni?

    Sì, in gran parte. I media si sono concentrati sulle nostre reazioni invece che su quelle del governo, che sono state molto più dure, violente e lesive dei diritti umani. I media nazionali ci hanno dipinto come violenti o manipolati, evidenziando episodi isolati per giustificare la brutalità della polizia, senza mostrare le marce pacifiche, gli arresti arbitrari e i maltrattamenti.

    Anche i media internazionali credo siano stati influenzati dalla narrativa ufficiale, trascurando le disuguaglianze sociali e la frustrazione dei giovani. La protesta, spesso etichettata come “ribellione della Generazione Z”, nasceva in realtà dall’impossibilità di ottenere permessi ufficiali per manifestare contro il governo: un paradosso in cui chi cerca di rispettare la legge viene punito.

    Perché avete smesso di scendere in strada? È stato perché all’inizio di ottobre il governo ha approvato un aumento del 16% dei fondi destinati al settore sanitario e dell’istruzione?

    La maggior parte della Generazione Z non era contenta di questa misura, perché il problema non era in realtà l’aumento o la diminuzione della percentuale destinata alla sanità. Il problema principale è la corruzione: indipendentemente dall’aumento dei fondi stanziati, la corruzione continuerà a esistere.

    Quindi le proteste non sono state interrotte a causa dell’aumento dei fondi o qualcosa del genere. Non è affatto questo il motivo. Il motivo per cui abbiamo smesso di protestare è in realtà la violenza contro le persone che sono scese in strada pacificamente. Ancora ora se uscissi allo scoperto e dicessi: “Sì, ho partecipato alle proteste” o, soprattutto, “Faccio parte del server Discord”, finirei in prigione, come dicevo prima. Penso che le condanne di cui parlavo siano una delle cose che il governo ha usato per spaventarci e impedirci di protestare. Infatti, prima di uscire, la maggior parte di noi a volte cancella Discord, Telegram e Instagram; usiamo molto le VPN; evitiamo di condividere nomi o foto; alcuni di noi continuano a cambiare account.

    Spaventa che il solo fatto di partecipare a una riunione online potrebbe essere sufficiente per farti arrestare. Penso che questo la dica lunga sulla fragilità delle libertà civili in Marocco. Nonostante ció, le discussioni tra noi sono ancora in corso.

    Cosa succederà ora al movimento? Pensi che ci saranno altre proteste?

    Sì, penso che ci saranno altre proteste, anche se per ora sono state sospese. La gente dice che dovremmo tornare nelle piazze ma allo stesso tempo ha paura di finire in prigione e ricevere le condanne di cui ho parlato prima. Ha paura di sprecare 10 anni della propria vita solo per questo. Soprattutto i ventenni, non possono permettersi di perdere dai 5 ai 10 o ai 15 anni della loro vita.

    Io ho già partecipato e penso che lo rifarei sicuramente, perché se tutti pensassimo di dover restare a casa per non metterci in pericolo, non cambieremo mai nulla in questo Paese. Per essere contenti con l’esito delle proteste, la maggior parte della gente desidera dei miglioramenti netti per l’assistenza sanitaria, l’istruzione e la lotta alla corruzione. Ma per quanto mi riguarda, penso che il mio obiettivo, ripeto, sia la lotta alla corruzione. Perché, come dicevo, sono una studentessa di medicina, lavoro nel settore sanitario e non ho visto alcun cambiamento dall’inizio delle proteste. Non è cambiato letteralmente nulla. Quindi la radice del problema è la corruzione.

    Per ora peró mi concentro sul risultato più positivo dei movimenti della Generazione Z in tutto il mondo: ricordare alla Generazione Z, che dovrebbe essere “la generazione poco seria”, quanto può essere forte e che non dovremmo mai stare zitti o essere messi a tacere di fronte alla repressione e l’oppressione.

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