Nel mondo 230 milioni di donne sono vittime di queste pratiche, in Italia 88.500. Ma le seconde generazioni aprono dialoghi necessari attraverso progetti come Y-ACT: testimonianze, consapevolezza e attivismo giovanile per un cambiamento che parte dall’ascolto
Sono almeno 230 milioni le donne e ragazze nel mondo che hanno subito mutilazioni genitali femminili, stando ai dati dell’Unicef. Una cifra cresciuta del 15% dal 2000, che riguarda 94 Paesi ma che solo 59 Stati contrastano con leggi specifiche. Le Mgf sono una forma di violenza di genere che colpisce in diverse dimensioni della vita: individuale, sociale, sessuale e sanitaria.
Nel 2025, in sei Paesi africani, l’ong Amref Health Africa ha trattato circa 25 mila casi di violenza di genere, raggiungendo 612 mila persone in dieci Paesi attraverso i suoi progetti. Lo scorso anno, in Kenya, sono state salvate oltre mille bambine sostituendo la mutilazione con cerimonie che celebrano il passaggio all’età adulta senza alcuna pratica lesiva.

Un fenomeno ancora sottovalutato in Italia
Ma le Mgf non sono un fenomeno lontano: in Italia si stimano circa 88.500 donne sopra i 15 anni che le hanno subite, soprattutto nelle comunità egiziana, nigeriana ed etiope. Tra le ragazze nate all’estero, l’incidenza più alta si osserva tra le somale (97,8%), le sudanesi (90,8%) e le guineane (91,5%).
Circa 16.000 bambine sotto i 15 anni sono “potenzialmente a rischio”. Il maggior numero si trova tra quelle di origine egiziana, nigeriana e senegalese, mentre il rischio più elevato riguarda le nate in Somalia, Sudan e Mali, dove più dell’80% delle bambine è interessata.
Eppure di questa pratica si parla ancora poco: solo il 55% degli intervistati da Ipsos per Amref è consapevole dell’esistenza di donne mutilate in Italia e per l’87% sarebbe importante fare maggiore informazione per comprendere davvero il fenomeno.
Il ruolo cruciale dei giovani
“Pur essendo egiziana, non sapevo davvero cosa fossero le Mgf“, ammette Jasmina El Shouraky, 22 anni, giovane italiana di seconda generazione. A scuola ne aveva sentito parlare solo marginalmente, associate a contesti percepiti come lontani, “altri”. È la mancanza di conoscenza, spiega, a creare distanza e impedire di capire davvero il fenomeno.
Entrando nel progetto Y-ACT – iniziativa cofinanziata dall’Unione Europea con capofila Amref Italia, che coinvolge Le Reseau, il Conngi e l’Università di Milano Bicocca – Jasmina ha scoperto che le Mgf hanno fatto parte della storia della sua comunità e che, nonostante siano illegali, esistono ancora. Questa consapevolezza ha avuto un impatto profondo su di lei.

“Penso alle donne venute prima di me, alle bambine, alle ragazze”. Per Jasmina, capire cosa sono le Mgf, quanto sono diffuse, perché esistono e quali conseguenze hanno è fondamentale per evitare semplificazioni pericolose. “Se le chiamiamo solo barbarie, non le capiamo”. Le Mgf sono legate a norme sociali, credenze, idee di igiene, bellezza e controllo. È questa complessità a renderle difficili da contrastare, ma anche a indicare la strada: informazione, ascolto, lavoro collettivo.
Nel progetto Y-ACT il confronto tra giovani è centrale. Condividere storie, dati e vissuti crea consapevolezza e offre strumenti concreti per agire nei contesti quotidiani. Parlare di Mgf a scuola, ad esempio, può fare la differenza nel costruire uno sguardo più informato e meno giudicante.
Una questione di diritti e autodeterminazione
Le Mgf chiamano in causa l’educazione sessuo-affettiva, il modo in cui guardiamo al corpo femminile, all’autodeterminazione e all’empowerment. Finché il corpo delle donne continuerà a essere controllato, la violenza assumerà forme diverse, in tutte le culture. Per questo è importante uscire dalla logica dello stigma e riconoscere che anche in Italia esistono discriminazioni e violenza di genere da affrontare.
Proprio i giovani – in particolare le seconde generazioni – possono rompere il silenzio e aprire dialoghi nuovi su temi complessi come le mutilazioni genitali femminili, la violenza di genere e le discriminazioni.
“Siamo molto lontani dall’abbandono di tale pratica”, afferma Laura Gentile, referente per la prevenzione e il contrasto alle Mgf di Amref Italia, ma le stime “ci indicano che la strada intrapresa è quella giusta“. Nel mondo le giovani hanno subito meno frequentemente delle adulte queste pratiche, segno che il cambiamento è possibile. “Se promuoviamo consapevolezza e attivismo delle nuove generazioni, innescheremo un cambiamento profondo. Coraggio e dialogo sono le chiavi”.


