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Edizione del 01/05/2026

© Rivista Africa
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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Tag:

fulani

    CONTINENTE VERO

    I Fulani, l’anima irrequieta del Sahel

    di Tommaso Meo 26 Aprile 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    di Enrico Casale – foto di Robin Hammond / Panos Pictures

    Diffusi dal Senegal al Ciad, e oltre, i Fulani (o Fulbe) costituiscono una delle più vaste comunità africane transnazionali. Un tempo protagonisti dell’espansione islamica, oggi sono al centro delle tensioni del Sahel: tra degrado ambientale, conflitti per le risorse e sospetti di complicità con i gruppi jihadisti

    Guerrieri, pastori, fondatori di emirati, califfati e imperi. Oggi su di loro gravano accuse di complicità con il terrorismo e di destabilizzazione dell’Africa occidentale. Tra i grandi popoli africani, i Fulani occupano un posto particolare per storia, diffusione e influenza politica e religiosa. Conosciuti anche come Fula, Fulbe o Peul, costituiscono un insieme etnolinguistico transnazionale che attraversa una vasta fascia del Sahel: dal Senegal alla Nigeria, dal Niger al Camerun, fino a Ciad, Sudan e Repubblica Centrafricana, con propaggini in Etiopia ed Eritrea. La loro popolazione è stimata fra i 30 e gli oltre 40 milioni di persone, distribuite in una ventina di Paesi: uno dei gruppi più numerosi e ramificati del continente.

    «Il loro vero nome è Fulbe», spiega Alessio Iocchi, docente di Relazioni internazionali dell’Africa all’Università di Milano. «Fulani è la denominazione attribuita dai britannici, mentre Peul deriva dal termine wolof diffuso dai francesi. Da sempre vivono nella fascia di confine tra Sahara e Sahel, e quasi tutti i Paesi dell’Africa occidentale e centrale hanno avuto, e hanno tuttora, importanti élite fulbe. Il più noto è l’ex presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, 100% fulani».

    Origini e antichi imperi

    Le origini dei Fulbe restano controverse. Alcune teorie li collegano a popolazioni sahariane mescolatesi con genti nordafricane, altre li descrivono come migranti provenienti da est. Più verosimilmente, la loro identità si è forgiata lungo il Sahel attraverso secoli di incroci e spostamenti. Hanno sviluppato una forte tradizione pastorale e nomade, legata alla transumanza, al commercio e a una notevole capacità di adattamento. La grande maggioranza è musulmana sunnita. «Tra loro ci sono stati decine di illustri sapienti»», continua Iocchi. «Popolo mobile, avevano maggiori possibilità di contatto con i luoghi santi dell’islam e con i teologi arabi. Al ritorno in patria diffondevano le idee apprese nei centri di conoscenza islamica. Così l’islam è diventato parte costitutiva della sua identità».

    Uomini fulani nomadi si occupano della ricostruzione di una capanna in un accampamento a Dosso. Foto di Marco Longari / Afp

    La storia precoloniale dell’Africa occidentale porta l’impronta dei Fulani. Tra XVIII e XIX secolo, leader religiosi guidarono movimenti riformatori islamici culminati in jihad e nella fondazione di Stati teocratici. Il più importante fu il califfato di Sokoto, nell’attuale Nigeria, che riunì vasti territori sotto un’élite fulani. Altri emirati sorsero in Guinea, Camerun e Senegal, consolidando l’immagine di popolo islamizzatore, colto e politicamente influente. Con la colonizzazione europea, imperi e califfati furono smantellati, ma molte élite locali conservarono un ruolo nell’amministrazione e nell’islam africano. Non a caso i colonizzatori, soprattutto francesi, li considerarono tra i gruppi più refrattari al progetto coloniale, a differenza di altre popolazioni giudicate “più docili”.

    Popolo frammentato

    Oggi i Fulbe non costituiscono un blocco unitario, ma un mosaico di comunità. Alcuni continuano a vivere di pastorizia nomade, altri si sono sedentarizzati, dedicandosi ad agricoltura, commercio, politica e imprenditoria. Questa diversità interna spiega la complessità dei rapporti con le altre etnie. In molte regioni la convivenza si basa sulla complementarità economica: i pastori forniscono latte e bestiame, gli agricoltori cereali e ortaggi. Ma la crescita demografica, il degrado ambientale e la riduzione dei pascoli hanno acuito la competizione per terra e acqua. Gli scontri tra pastori e contadini, spesso descritti in chiave etnica, sono in realtà il risultato di dinamiche economiche, climatiche e politiche.

    Barry Adoma, appartiene ormai alla seconda generazione di pastori che vive in modo stanziale, pur continuando ad allevare mucche su un appezzamento di terreno poco fuori dalla capitale Foto di Sven Torfinn/Panos Pictures

    La condizione seminomade, spesso marginalizzata dai centri di potere, ha favorito pregiudizi e stereotipi. In diversi Paesi, i quartieri fulani di un villaggio sono fisicamente separati da quelli agricoli. Questa distanza, simbolica e spaziale, alimenta le diffidenze. Con l’espansione dei gruppi jihadisti nel Sahel, i Fulbe sono finiti al centro del discorso sulla sicurezza: in certi contesti, giovani senza prospettive sono stati arruolati nelle milizie estremiste. In Burkina Faso, diversi gruppi jihadisti hanno attinto a clan fulani, mentre altrove, come nel nord del Mali, prevalgono tuareg e arabi. «Da qui», osserva Iocchi, «nasce la narrazione tossica che vuole i Fulbe “serbatoio” del terrorismo africano. Una generalizzazione ingiusta: la grande maggioranza delle comunità fulani rifiuta la violenza, ma subisce rappresaglie indiscriminate». Un recente rapporto di Human Rights Watch ha documentato lo sterminio di 130 civili fulani in Burkina Faso per mano di milizie filogovernative appoggiate dall’esercito di Ouagadougou. In Centrafrica un’escalation di violenza tra gruppi Anti-Balaka (composti da popolazioni animiste e cristiane) e pastori musulmani ha causato centinaia di vittime, l’85% dei quali rappresentato da civili fulani.

    Attacchi e rappresaglie che vedono protagonisti e vittime i Fulbe sono segnalati ogni mese anche in Mali e Nigeria. Benché la presenza di gruppi terroristici sia accertata – come nel caso della Fulani Ethnic Militia (Fem) in Nigeria, responsabile di oltre 36.000 vittime tra il 2019 e il 2024 e di più di 500.000 sfollati (fonte: Osservatorio per la libertà religiosa in Africa, Orfa) –, la stigmatizzazione collettiva di tutto un popolo rischia di acuire tensioni già profonde. «Ridurre un intero popolo a una presunta inclinazione jihadista non solo è errato sul piano scientifico, ma alimenta persecuzioni e politiche securitarie fallimentari», fa presente Iocchi.

    Banditismo e fragilità

    In Nigeria, pratiche tradizionali come il furto rituale di bestiame si sono trasformate in veri fenomeni criminali: cartelli che controllano miniere d’oro informali e reti di rapimenti a scopo di riscatto. Questa evoluzione ha complicato ulteriormente il quadro, accrescendo la percezione di insicurezza associata ai Fulbe. Le risposte militari dei governi, incapaci di affrontare le radici economiche e sociali del fenomeno, hanno spesso aggravato il risentimento delle comunità locali.

    Un gruppo di militanti islamisti fulani armati in un campo di smobilitazione gestito dall’uomo d’affari Sekou Bolly. Foti di Pascal Maitre/Panos

    All’interno del mondo fulani coesistono aristocrazie discendenti dagli antichi emirati, una borghesia imprenditoriale e gruppi servili marginalizzati, privi di riconoscimento sociale. Sono proprio questi ultimi i più vulnerabili al reclutamento jihadista, attratti dalla promessa di ribaltare gerarchie tradizionali. Ma, all’esterno, agli occhi degli altri, restano indistintamente “Fulani”, senza che se ne riconoscano le profonde differenze interne. Il rapporto con gli Stati moderni resta fragile. Molti governi faticano a integrare lo stile di vita pastorale, preferendo politiche di accaparramento delle terre o di creazione di grandi ranch, con il rischio di distruggere equilibri secolari. «Alcuni tentativi virtuosi, come in Senegal, hanno accompagnato processi di sedentarizzazione più pacifici; altrove, come in Burkina Faso o Nigeria, la conflittualità è esplosa, favorendo la nascita di milizie contadine o la fusione tra banditismo e jihadismo», ricorda Iocchi, autore di Resistenti, ribelli e terroristi nel Sahel (Carocci, 2023).

    Cultura e resilienza

    I Fulbe hanno lasciato un’impronta importante anche sul piano culturale. La poesia in lingua fulfulde, la musica pastorale e le tradizioni orali costituiscono un patrimonio ricchissimo. Celebre è l’arte del canto e della narrazione che accompagna la vita quotidiana e scandisce la transumanza. Il latte e i suoi derivati, base dell’alimentazione, sono al centro di canti e proverbi che celebrano la centralità del bestiame. Anche nelle città, intellettuali e artisti fulani hanno fatto da ponte tra islam e modernità africana, contribuendo alla nascita di una borghesia istruita oggi attiva nelle università e nelle istituzioni regionali. Con le migrazioni contemporanee, i Fulbe si sono insediati anche in Europa e nelle Americhe, portando con sé lingua e tradizioni. Questa diaspora mantiene vivi i legami transnazionali e rafforza la consapevolezza di appartenere a una grande comunità diffusa. Diverse associazioni promuovono iniziative per combattere stereotipi e favorire il dialogo con le società ospitanti.

    La vicenda dei Fulbe è emblematica delle contraddizioni del Sahel contemporaneo: cambiamento climatico, instabilità politica, povertà e radicalizzazione. La loro dispersione geografica e la pluralità di ruoli sociali incarnano insieme fragilità e resilienza delle società africane. Raccontarli, avverte Iocchi, significa evitare le semplificazioni: non sono solo pastori in conflitto con contadini, né un popolo “jihadista” per vocazione. Sono comunità diverse che hanno segnato la storia africana e oggi cercano spazio e dignità in contesti sempre più difficili. Capire la loro storia significa cogliere uno dei nodi centrali del futuro del Sahel: come conciliare convivenza, gestione equa delle risorse e contrasto alle derive estremiste. Una sfida che riguarda non solo i Fulbe, ma l’intera Africa occidentale.

    Questo articolo è uscito sul numero 1/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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