Sudan: una rivolta araba in ritardo

di Raffaele Masto

Le proteste scoppiate in molte città del Sudan sono una sorta di rivolta araba esplosa con qualche anno di ritardo. Tutto è cominciato a metà dicembre quando decine di migliaia di sudanesi, apparentemente senza nessun coordinamento, hanno cominciato a scendere in piazza a Khartoum e Omdurman. Slogan e cartelli chiedono la caduta del regime di Omar al Bachir, il presidente salito al potere nel 1989 con un colpo di stato e, dalla fine del primo decennio del duemila, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità commessi nel Darfur, la grande regione occidentale del Sudan.

Fino ad ora le proteste a Khartoum, a Ondurman, a Port Sudan hanno ufficialmente causato una decina di morti. In realtà i morti sono molti di più, si parla di decine. La polizia, secondo diverse testimonianze raccolte da Amnesty International, ha aperto il fuoco sui manifestanti sparando ad altezza d’uomo. Il regime ha dichiarato lo stato di emergenza in quattro città. Da diversi giorni l’esercito è schierato in forze a Omdurman, la città gemella di Karthum sulla sponda occidentale del Nilo e a Khartoum.

Le proteste di piazza sono, anche, il prodotto di una situazione economica disastrosa, con un’inflazione che si avvicina al 100%, con grave mancanza di benzina, di generi di prima necessità e pane, di cui il governo ha anche aumentato il prezzo. Ora le proteste sembrano inarrestabili, nonostante la repressione.

La crisi economica sudanese è determinata certamente dalla contingenza internazionale, ma anche dal fatto che il regime di Khartoum ha di fatto perso i giacimenti di greggio che, con la secessione del sud, nel 2011 sono passati al nuovo stato con capitale Juba.

(Raffaele Masto – Buongiorno Africa)

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