Sudan, un piano Usa in cinque punti per evitare il collasso

di Tommaso Meo
sudan guerra

di Enrico Casale

Gli Stati Uniti hanno presentato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu una road map per il cessate il fuoco, l’accesso umanitario e una transizione civile, mentre il conflitto tra esercito e milizie rischia di frammentare definitivamente il Paese

Gli Stati Uniti scendono in campo per riportare la pace nel tormentato conflitto sudanese. Washington ha presentato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una road map in cinque punti per scongiurare il definitivo collasso istituzionale del Paese e traghettarlo verso una stabilità civile. Il piano d’azione, illustrato dal consigliere Massad Boulos, si fonda sulla convinzione che il destino del Sudan debba tornare nelle mani della società civile che ha guidato la rivoluzione del 2019.

Questa iniziativa diplomatica si articola lungo direttrici che spaziano dall’urgenza umanitaria alla ricostruzione strutturale, a partire dalla richiesta di una tregua immediata e senza precondizioni. Il progetto prevede la creazione di un meccanismo di supervisione delle Nazioni Unite per garantire il libero accesso agli aiuti, superando i blocchi militari che oggi rendono inefficaci gli ingenti finanziamenti internazionali stanziati. Oltre l’emergenza, la proposta mira a un cessate il fuoco permanente, propedeutico alla formazione di un governo di transizione a guida civile che smantelli le milizie operative da anni sul terreno. Tali condizioni, secondo gli Usa, dovrebbero costituire il presupposto per sbloccare quei finanziamenti internazionali necessari al massiccio piano di ricostruzione delle infrastrutture e dei servizi essenziali del Paese.

L’urgenza di una mediazione di questo genere è comprensibile solo analizzando le radici profonde della crisi, che gli analisti definiscono una “policrisi” stratificata. Lo scontro esploso il 15 aprile 2023 non è una guerra civile convenzionale, bensì un conflitto intestino all’apparato militare, nato dalle ceneri di una transizione democratica fallita. I due protagonisti sono il generale Abdel Fattah al-Burhan, a capo dell’esercito regolare (Saf), e il generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti, leader delle Forze di supporto rapido (Rsf). La rottura tra i due è maturata proprio sulla gestione della sicurezza nazionale e sul fallimentare tentativo di integrare le truppe di Hemedti nell’esercito nazionale, innescando una lotta fratricida per il controllo dello Stato.

In questo contesto emerge il ruolo controverso della comunità internazionale e, in particolare, dell’Unione Europea attraverso il cosiddetto Processo di Khartoum. Lanciata nel 2014, questa iniziativa di cooperazione regionale mirava a contenere i flussi migratori dal Corno d’Africa verso l’Europa. Tuttavia, come evidenziato da Orizzonti Politici, l’esternalizzazione delle frontiere ha avuto l’effetto collaterale di legittimare e finanziare indirettamente proprio quelle milizie che oggi dilaniano il Paese. Le Rsf di Hemedti, trasformate in una sorta di “guardia di frontiera” incaricata di intercettare i migranti lungo la rotta libica, hanno potuto beneficiare di risorse e riconoscimento istituzionale che ne hanno accresciuto il potere politico e militare. Questo paradosso ha reso le milizie padrone delle stesse tratte che avrebbero dovuto smantellare, trasformando il controllo della mobilità umana in una rendita strategica.

Un momento di svolta drammatico e recente è stato segnato dalla battaglia per El Fasher, capitale del Nord Darfur. In un’analisi pubblicata dall’Ispi (Istituto di studi di politica internazionale), la caduta della città è descritta come l’evento che ha definitivamente alterato la mappa e la geografia politica del conflitto. Dopo un assedio durato diciotto mesi, le Rsf hanno conquistato l’ultimo baluardo governativo nel Sudan occidentale, determinando una partizione de facto del Paese. Le conseguenze umane di questa avanzata sono state atroci: le testimonianze raccolte e le analisi delle Nazioni Unite evidenziano esecuzioni sommarie e sospetti di pulizia etnica contro le comunità non arabe, tragica eco delle violenze già vissute in Darfur nei primi anni Duemila.

La persistenza del conflitto è alimentata da una fitta rete di interessi internazionali che trasformano il Sudan in una “guerra per procura”. Mentre le Rsf godono dell’appoggio degli Emirati Arabi Uniti, l’esercito regolare di al-Burhan trova sostegno in Egitto, Iran e Russia, quest’ultima interessata a uno sbocco strategico sul Mar Rosso. Il settore aurifero agisce come il vero carburante della guerra: circa 16 tonnellate d’oro lasciano, secondo alcuni studi, il Paese ogni anno illegalmente via Dubai, finanziando l’acquisto di droni e armamenti e alimentando così il conflitto.

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