Sudan: caso Zennaro, l’imprenditore veneto trasferito in ambasciata

di claudia

Il presidente del Veneto Luca Zaia ha confermato che l’imprenditore veneziano trattenuto ormai da quattro mesi in Sudan Marco Zennaro è stato trasferito nella foresteria dell’ambasciata italiana a Khartoum per timori di nuovi arresti. “Ho sentito il ministro Di Maio anche ieri e stiamo seguendo la situazione – ha spiegato rispondendo alle domande dei giornalisti – confermo che è in ambasciata, mi sono messaggiato con lui. Lo dobbiamo portare a casa: è una situazione difficile da comprendere e spero che vincano il buon senso e la diplomazia”. 

Sono trascorsi quattro mesi da quando Marco Zennaro è rimasto bloccato in Sudan, prima in carcere e poi in un hotel, per rispondere dell’accusa di truffa. Accusa che Zennaro ha sempre respinto ottenendo anche l’archiviazione di due procedimenti penali. In piedi restano altrettanti procedimenti civili che sono di fatto quelli che ne stanno impedendo il rimpatrio dallo scorso 1 aprile. In entrambi i casi, l’imprenditore italiano è chiamato in causa per frode da due società locali: la Hightend Multi-Activities Company e la Sheikh El-Din Brothers. Secondo fonti locali di InfoAfrica, l’archiviazione dei procedimenti penali – che vedevano dal lato dell’accusa le stesse Hightend Multi-Activities Company e Sheikh El-Din Brothers – non hanno modificato l’obbligo per Zennaro di restare in Sudan, ma la diplomazia italiana si sta muovendo da tempo per trovare una soluzione.

Il caso Zennaro è legato a una controversia commerciale nata da una mancata certificazione di conformità di trasformatori prodotti in Italia e venduti in Sudan. Una mancata conformità che sarebbe legata all’impiego di alluminio al posto del rame. E un cliente finale, la Sudanese Electricity Distribution Company (Sedc) che alla fine ha bocciato i trasformatori proprio a causa di questa mancata certificazione. Dietro il fermo di Zennaro ci sarebbe questo. Di fatto, dallo scorso 1 aprile l’imprenditore italiano è chiamato a rispondere di denunce per truffa presentate dai suoi partner commerciali. La conformità, secondo informazioni fornite dalla famiglia Zennaro, non è stata rilasciata da una società concorrente incaricata di effettuare i test. E’ da lì che era sorta una prima disputa tra la Zennaro Electrical Constructions di Marghera (Venezia) e la al-Jalabi (che si trova citata anche come Gelabi o Gallabi) company che aveva sottoscritto un ordine all’impresa italiana e che fungeva da mediatore tra quest’ultima e un’altra società sudanese, la Hightend Multi-Activities Company. Questa prima controversia era stata superata con il pagamento da parte di Zennaro di 400 mila euro, ma a quel punto erano state la Hightend Multi-Activities Company, insieme a una terza società, la Sheikh El-Din Brothers – che a sua volta aveva acquistato i trasformatori dall’impresa veneta – a consegnare due differenti esposti alle autorità sudanesi ancora contro Zennaro.

Queste due società hanno denunciato per truffa Zennaro chiedendo la restituzione di quanto pagato: un milione 156 mila euro la prima; circa 700 mila la seconda. La presentazione delle denunce, sulla base della legislazione vigente in Sudan, aveva portato all’arresto di Marco Zennaro, amministratore dell’azienda di famiglia, che da marzo si trovava a Khartoum per tentare di risolvere la questione. A questo punto le ricostruzioni, almeno in parte, differiscono, si complicano e si tingono di giallo anche a causa di circostanze ancora da chiarire. Da una parte ci sono le due aziende sudanesi che chiedono il risarcimento perché, sostengono, in mancanza della conformità sono inutilizzabili e perché i trasformatori non sono stati realizzati rispettando le specifiche. Dall’altra parte c’è la famiglia di Marco Zennaro che ne chiede il rilascio, sottolinea di aver versato 400 mila euro per chiudere il contenzioso, evidenzia che l’accordo commerciale che la riguardava era quello firmato con la al-Jalabi. Il caso Zennaro giunge in un momento in cui il Paese africano sta provando a rilanciarsi economicamente in seguito alla fine delle sanzioni economiche statunitensi e all’avvio di una nuova stagione politica. Un rilancio che deve fare i conti però con gli effetti della pandemia e con una situazione molto difficile condita da un’inflazione galoppante e un disagio sociale crescente. In questo contesto l’Italia nell’ultimo anno aveva fatto passi avanti per sostenere la transizione del Paese, ma certo la detenzione di un imprenditore italiano come Marco Zennaro ha la potenzialità di complicare le modalità di cooperazione e collaborazione.

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