Sono andata in Mozambico e ci resto volentieri

di Diego Fiore
Marina & Helder
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«Ho sempre viaggiato, tre misere settimane di ferie e qualche weekend qua e là. Poi lavoro, lavoro come se non ci fosse un domani», racconta Marina Ferraris, per anni tour operator milanese specializzata nel Mediterraneo. «Mi restava un’insoddisfazione di fondo dovuta al sistema: lavorare per pagare un’infinità di tasse e spendere. A fine 2009 ho deciso. Volevo essere libera, cambiare tutto».

Prima esperienza, un rifugio alpino, affittando casa per ripagare il mutuo. Parte poi per lo Zambia in un progetto di cooperazione.  «Ci rimasi quattro mesi, l’esperienza fu importante ma non era il mio mestiere. A quarant’anni suonati hai la coscienza troppo formata per non porti continuamente domande sul senso». Valigia in mano, va a Vilanculos (Mozambico) per visitare l’arcipelago di Bazaruto.

«Il mio destino era segnato – prosegue Marina –. È stato come arrivare nel mio posto. Hélder lavorava nel turismo da molti anni con il padre João, portando i turisti sulle isole con un dhow».  Inizia a collaborare con l’azienda di famiglia, mettendo a disposizione la sua conoscenza pluriennale del settore.

In poco tempo Hélder e Marina sono marito e moglie. La famiglia mozambicana accoglie l’italiana con grande apertura. Il suocero ha tante curiosità inevase sui bianchi. Perché lasciamo le nostre comode case per dormire tra insetti e formiche? Perché questa passione per viaggiare? «João non ne capiva la ragione, e ancora oggi non sono sicura di essere riuscita a spiegargliela».

Le insidie, le difficoltà e le delusioni sono state tante. Vivere in un Paese come il Mozambico da emigrante non è facile. «Credo di aver attirato tante maledizioni, ma mia suocera mi ha sempre detto che “a voi bianchi non attacca” (la fetissa, il malocchio)».

A chiunque voglia venire in Africa a lavorare, investire o “cooperare” suggerisce di rendersi conto che si parte «sempre per noi stessi. Chi viene qui lo fa per risolvere un suo problema, per cercare qualcosa, o per fuggire. Nessuno arriva mai in perfette condizioni mentali», prosegue Marina, che ritiene che «solo quando risolviamo il nostro problema possiamo eventualmente contribuire, senza giudizio, alle situazioni che incontriamo».

(Martino Ghielmi)

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