Quei cliché sull’Africa e la polemica degli africani sul trailer di Beyoncé

di Luciana De Michele
Black is king
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Un gruppo di uomini di pelle scura in posa mezzi nudi è la prima immagine, un africano seduto su un trono dorato con una corona in testa e decorazioni leopardate la seconda, poi un tramonto infuocato: così inizia il trailer del nuovo “album visivo” Back is king della cantautrice e attrice statunitense Beyoncé, che uscirà in anteprima il 31 luglio. Il video, girato insieme alla colonna sonora di «The Lion King: The Gift», continua con un susseguirsi di immagini che in poco più di un minuto mostrano africani ora pitturati in faccia, ora ornati da pennacchi o corna di bue, ora mentre si esibiscono in danze rituali. «Gli antenati non ti lasciano mai» assicura una voce poco dopo: una fiera di cliché sull’Africa, un continente di 54 paesi ognuno contenente numerose e differenti culture, eternamente uniformate a simboli esotici e “primitivi”.

Reazioni indignate

E infatti, accanto ai milioni di like e di visualizzazioni che il trailer ha raccolto sui social media, anche le critiche e le polemiche del pubblico, in particolare africano, non hanno tardato a venire. Per molti follower del continente, poco è servita la buona intenzione dell’artista, di origine creole e afro-americane, espressa nella presentazione sui social del video (in particolare su Instagram), «un atto di amore» e passione in cui Beyoncé si presenta come paladina della cultura e della storia africana nel mondo, con un lavoro che tra l’altro per coincidenza è annunciato, in un momento in cui il movimento Black lives matter tiene piazza a livello internazionale: «Volevo presentare elementi della storia nera e della tradizione africana, con un tocco moderno e un messaggio universale, e cosa significa veramente trovare la propria identità e costruire un’eredità. Ho passato molto tempo ad esplorare e ad assorbire le lezioni delle generazioni passate e la ricca storia delle diverse abitudini africane. Gli eventi del 2020 hanno reso la visione del film e il messaggio persino più rilevanti».

Tra chi attacca l’artista, c’è chi la accusa di presunzione a voler rappresentare un’Africa che in realtà lei non conoscerebbe: «Basta usare la cultura nigeriana come trand sui social media!», commenta un utente su Instagram. «Gli africani sono cresciuti oltre a quello che interpreti Beyoncé. Non sei stata in Nigeria. Ghana. E in altri paesi a parte il Sudafrica. Non pensare che gli africani vivano ancora in questo inferno. Abbiamo bisogno di più chiarezza», gli fa eco un altro. «L’Africa non è un posto selvaggio. L’Africa è un bel continente. Con molti Paesi. Hai mai sentito parlare della Costa D’Avorio? della Nigeria? del Marocco? Tutti questi bei Paesi con ristoranti, auto. I nostri Paesi sono proprio come il tuo. BASTA rappresentare l’Africa come sabbia e nient’altro» polemizza un altro ancora. Tra chi contesta l’immagine semplificata e “primitiva” del continente africano che emerge dal video, c’è chi pone l’accento sull’esotismo, chi addirittura affronta la questione dal punto di vista religioso: «è talmente diabolico! Cos’ha a che fare tutto questo con la battaglia dei neri contro il razzismo? Perché dovrei aver bisogno degli spiriti ancestrali? Quando c’è Gesù Cristo che muore per me…Provaci ancora BIG B!».

La potenza delle immagini

Su come e perché semplificazioni e stereotipi siano alla base del concetto di “razza” prima e di razzismo e xenofobia poi, ne abbiamo già parlato con Marco Aime. Che accanto allo stigma razziale l’Africa si sia trascinata nel tempo limitanti categorizzazioni di senso comune legate al mondo dell’esotico (leoni, foreste, deserto), del primitivo (capanne e cannibali), del tragico (fame, malattie, guerre), dell’accattivante tenebra che cela tutto quanto è ignoto, misterioso, legato al ritorno alle origini, a istinti umani atavici e quasi bestiali, tanto temuti quanto bramati (si pensi all’influenza in Occidente del celebre romanzo Cuore di tenebra di Joseph Conrad), è cosa ormai risaputa e riscontrata nel modo di fare informazione dei media mainstream sul continente africano, in questo Paese e in Occidente. Da sottolineare ora è il ruolo primario che le immagini, dotate di un impatto maggiore rispetto alle parole sulla nostra percezione, hanno sempre giocato in questo tipo di narrazione e nella costruzione dell’immaginario collettivo del senso comune. Nel suo Manuale di antropologia visuale, Paolo Chiozzi ci ricorda come già nel XIX secolo, agli esordi dell’uso della fotografia a scopo scientifico e antropologico, «Se Darwin chiedeva alle immagini una verifica oggettiva di un’ipotesi, la maggior parte degli antropologi suoi contemporanei se ne servono come dati empirici che comprovano, e quindi legittimano, una teoria precedentemente formulata, trasmettendo al pubblico una ben definita immagine dell’”altro”, influenzando in misura determinante le modalità di percepirlo. Come ha osservato Christopher Lyman (…) il pubblico non considera le fotografie come delle metafore della realtà bensì come elementi di quella realtà: “ (…) Rappresentando gli Indiani come “selvaggi”, si conferma che gli Indiani sono selvaggi».

Che la strumentalizzazione delle immagini sia condotta in cattiva o buona fede poco importa, l’effetto è il medesimo. Il dibattito è aperto non solo per i protagonisti dei mezzi di informazione o del mondo dello spettacolo, ma anche per le molte organizzazioni che operano in sostegno alle popolazioni africane, in particolare dei bambini. Questo aveva portato nel 2018 la Rete della diaspora africana nera in Italia (Redani), associazione con sede a Roma che tra gli altri raggruppa cittadini eritrei, congolesi, ruandesi, togolesi, senegalesi e burkinabè, a lanciare la Anche le immagini uccidono, «campagna per la dignità dei bambini africani per l’uso etico delle immagini nelle attività di fundraising »: la ricerca condotta aveva constatato che l’80% delle immagini di 124 Ong osservate risultano inappropriate, per l’immagine negativa e pietista che si veicola dell’Africa e perché in violazione della legge sulla privacy dei minori.

L’appuntamento con il film di Beyoncé è dunque a fine mese su Disney+: peccato, però, che la piattaforma non sia ancora disponibile proprio nei Paesi africani.

(Luciana De Michele)

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