Premio Nobel per la pace all’agenzia Onu contro la fame

di Luciana De Michele
World Food Programme
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

L’agenzia delle Nazioni Unite che ha sede a Roma, il World Food Programme, è il vincitore del premio Nobel per la Pace 2020. L’organismo che lotta contro la fame nel mondo è stato alla fine giudicato dal comitato norvegese a Oslo più meritevole ad aggiudicarsi il premio rispetto agli altri candidati: la giovanissima attivista ambientalista svedese Greta Thunberg, il dissidente russo Alexei Navalny, gli attivisti di Hong Kong e l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

Secondo il Comitato, l’Wfp «gioca un ruolo chiave nella cooperazione multilaterale per rendere la sicurezza alimentare uno strumento di pace e ha dato un forte contributo per la mobilitazione degli Stati membri dell’Onu per combattere contro l’uso della fame come arma di guerra e conflitto».

Il premio consiste in 1,1 milioni di dollari e una medaglia d’oro. I soldi verranno utilizzati per supportare le linee di azione dell’agenzia, attualmente priva di fondi e di supporti esterni, e che dunque fatica rispetto al passato allo stesso modo di altre organizzazione che si occupano di sicurezza alimentare del mondo.

Il problema della fame si è acuito a causa della pandemia di Covid-19. A settembre, il direttore esecutivo del Wfp David Beasley aveva fatto appello alla comunità internazionale affinché sostenesse l’operato dell’agenzia per impedire che 270 milioni di persone fossero coinvolte in una disastrosa crisi alimentare. Nel primo semestre del 2020 l’organizzazione è già riuscita a raggiungere 85 milioni di individui, ma in totale per quest’anno aveva stimato di dover fornire assistenza alimentare d’emergenza ad altri 138 milioni. Tra i Paesi più toccati dal fenomeno, insieme allo Yemen, ne compaiono tre africani: la Repubblica Democratica del Congo (in cui, secondo i dati Wfp, l’aumento delle violenze e la pandemia hanno fatto aumentare le persone a rischio di insicurezza alimentare da 15,2 a quasi 22 milioni), la Nigeria (in cui gli abitanti a rischio sono oggi 4,3 milioni, aumentati di 600.000 unità) e il Sud Sudan: qui, a causa del Covid-19 nelle aree urbane e delle violenze nello Stato di Jonglei, le persone a soffrire la fame potranno arrivare a essere più di 8 milioni. Inoltre, l’agenzia segnala come Paese a rischio anche il Burkina Faso, dove il numero delle persone coinvolte nella crisi alimentare pare essere triplicato.

L’anno scorso il premio Nobel era stato vinto dal premier etiope Abiy Ahmed per il processo di pace con l’Eritrea.

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