Nell’inferno di Ebola. Reportage dal nostro inviato in Liberia

di Matteo Merletto

Reportage di Sergio Ramazzotti/Parallelozero, nostro inviato in Liberia

tratto da Africa, novembre-dicembre 2014

Ebola_009«A Monrovia sembra essere tornata la Morte Nera». La drammatica testimonianza dal cuore dell’epidemia che sta dilagando in Africa Occidentale

«Mia moglie ancora non si fida, non mi vuole nel letto: dormo su un materasso gettato per terra, in un’altra stanza». Joel Williams, 47 anni, è l’amministratore dell’ospedale cattolico St. Joseph di Monrovia, Liberia, chiuso tre mesi fa per contagio: nove dipendenti, compreso il direttore, morti di ebola. Joel si è ammalato la prima settimana di agosto ed è stato dimesso, perfettamente guarito, venti giorni dopo. «Quando sono tornato a casa è stata festa grande. Ma a un mese di distanza nessuno dei miei familiari ha voluto abbracciarmi, o anche solo avvicinarsi».

Nemico invisibile

Scrivo da un Paese di quattro milioni di assassini. Quasi un milione è concentrato nella capitale, Monrovia. Assassini sono tutti: giovani, meno giovani, donne, bambini. Spero di essere perdonato per queste parole: non ne trovo di più adeguate. Loro non hanno colpa. La colpa è della paranoia che in me, dopo due settimane in questa città, ha preso il sopravvento sulla ragione. È così che ti riduce la psicosi da ebola: vedi chiunque come un potenziale killer. E sono certo che molti vedano me esattamente allo stesso modo. I nuovi princìpi che regolano i rapporti sociali a Monrovia sono semplici: se tocchi la persona sbagliata, muori. Ebola è un nemico infido perché invisibile. Qui è molto peggio che essere in guerra, dove i confini fra il bene e il male sono distinguibili: qui tutti hanno paura di tutti. Ogni tuo simile, sotto gli abiti civili, potrebbe nascondere l’uniforme nemica. Lo sconosciuto che ti si avvicina per strada e parla sputacchiando, la cassiera che ti porge il resto stringendo le banconote nella mano sudicia, il tassista che un’ora prima potrebbe aver caricato, seduto dove sei tu ora, un malato diretto a un centro di cura. Come si fa a vivere nel terrore di una stretta di mano, o di un taxi?

Ritorno al Medioevo

Il disastro della Liberia (il Paese più colpito, seguono Sierra Leone e Guinea) è il frutto di mesi di lassismo: il virus si diffonde alla velocità di Facebook. «Dobbiamo aspettarci un incremento esponenziale dei morti», mi dice Saverio Bellizzi, epidemiologo sassarese nel centro messo in piedi a Monrovia da Medici senza frontiere. Entro il 20 gennaio le vittime potrebbero arrivare, secondo le previsioni degli esperti, alla spaventosa cifra di un milione e 400 mila. Non tutte in Africa. È il ritorno della Morte Nera. Tutto, a Monrovia, evoca il Medioevo della peste: la promiscuità in cui vive la popolazione nelle baraccopoli, il cielo carico di nubi, la pioggia incessante, le pozzanghere di lurido fango giallastro in cui affondi fino alla caviglia, i corvi sulle montagne di spazzatura, i cadaveri abbandonati per strada, le squadre di monatti che li raccolgono. Le ambulanze sfrecciano giorno e notte, e il suono di ogni sirena è il rintocco di una campana a morto: 85 contagiati su cento muoiono.

Senza difese

Ebola è il colpo di grazia per una società devastata da 15 anni di guerra civile e gestita da una classe dirigente inetta, assuefatta all’assistenzialismo delle Ong. Il coprifuoco imposto dal governo – dalle 23 alle sei del mattino – ha avuto come sola conseguenza, a Monrovia, l’aumento di rapine e furti. Le scuole sono chiuse fino a nuovo ordine, così come buona parte degli uffici pubblici: l’idea è di ridurre al minimo i contatti, ma il risultato è che le persone, non avendo più lavoro, passano le giornate per strada, moltiplicando le probabilità di contagio. A parte i quattro centri di cura per i malati di ebola, non è rimasto un solo ospedale funzionante, alcuni perché infetti, altri perché il personale è morto o fuggito: i medici liberiani in tutto il Paese sono 52. La gente, così, muore anche per le cause più banali: «Attento alle buche, se ti rompi una gamba sei nei guai», mi hanno detto appena arrivato. Il ministero della Sanità ha istituito una linea di emergenza: «Ma l’ambulanza è arrivata due giorni dopo, quando la persona era già morta», mi raccontano in una baraccopoli a Bushrod Island. Ci si libera dei cadaveri gettandoli in strada.

Psicosi collettiva

Quando ne sei privato, capisci perché l’uomo ha inventato la stretta di mano. La gente è isterica. La psicosi del contagio produce tensione e la necessità di scaricarla sul primo capro espiatorio: il governo corrotto, gli Stati Uniti («Il virus l’hanno sintetizzato gli americani per sterminare noi africani!»), le minoranze religiose. «La colpa è dei musulmani», mi dice un uomo. «Tengono il morto in casa tre giorni prima di farlo portare via». Inutile fargli notare che i cristiani – l’85 per cento in Liberia – fanno altrettanto, e sono restii a mandare al crematorio i morti di ebola, come la legge prevede. Giovani studenti volontari girano gli slum, baracca per baracca, a sensibilizzare sulle norme igieniche di prevenzione (vedi il servizio a pagina 70). Lo slogan è: lavatevi le mani più spesso che potete. Ma io stesso, più volte, mi sono sorpreso a non averlo fatto, e allora passavo le notti ad analizzare il mio corpo e i segnali che credevo mi mandasse, ciascuno intensificato dall’angoscia, col terrore di svegliarmi con i primi sintomi, subdolamente banali: emicrania, febbre, mal di stomaco, nausea, gola infiammata, occhi arrossati.

Le ceneri di Monrovia

Le squadre funerarie della Croce Rossa liberiana, a bordo dei fuoristrada, girano la città per raccogliere i cadaveri sospetti – contagiosissimi – e scaricarli al crematorio di Marshall Road. Un tempo il crematorio era riservato alla comunità indù. Ora chiunque muoia diventa, suo malgrado, indù. Ogni giorno, i malati si accalcano all’ingresso del centro di Medici senza frontiere. I più deboli si aggrappano ai cancelli e pregano di essere ricoverati. Il personale in tuta protettiva è spesso costretto a rifiutarli: i 160 posti letto (su un totale di 360 a Monrovia) sono sempre pieni. Un uomo in ginocchio, gli occhi lucidi di febbre, si rivolge con le poche forze che gli restano a una donna: «Fatemi entrare». La donna è bianca, ha i capelli rossicci e lo strazio negli occhi chiari sotto la maschera: «Mi spiace, deve tornare domani». Lui mormora: «Domani sarà troppo tardi per me». Poi stramazza.

Servirebbero altri volontari in camice. Solo che medici e infermieri, spaventati dalla fin troppo concreta possibilità di infettarsi, non vengono. E quei pochi che vengono, per come rischiano di mettersi le cose, non saranno mai abbastanza. Così, i pazienti tornano a casa a morire in silenzio, oppure si spengono lì, col traffico della strada principale che continua a scorrere, e l’ultima cosa che vedono sono due figure in tuta azzurra e maschera gialla che li fissano inermi attraverso un cancello che non hanno potuto aprire. Non è la semplice morte di un essere umano: con lui, ogni volta, muore la dignità di tutti noi. E una parte della nostra anima brucia e si mescola al fumo che si perde in cielo, sulla verticale del crematorio indù.

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