Fedi globali, guerre locali: ai Med Dialogues il paradosso del sacro in politica

di claudia

di Michele Vollaro

Dal Mediterraneo all’Africa, il dibattito internazionale esplora come la religione stia ridefinendo potere, conflitti e diritti.

In una città che è da secoli crocevia di popoli e fedi, Napoli, si è svolta nei giorni scorsi l’undicesima edizione dei “Med Dialogues”, l’iniziativa annuale di diplomazia pubblica promossa dalla Farnesina in collaborazione con l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi). Non si è parlato solo di geopolitica, sicurezza o rotte energetiche, ma la due giorni di lavori al Palazzo Reale ha ospitato anche un dibattito per decifrare le tensioni del nostro tempo, durante il quale si è discusso di una forza ben più antica e potente che è tornata a plasmare i conflitti e le società: la religione.

Proprio su questo tema, un interrogativo posto dal moderatore del panel intitolato “Il sacro e il politico: religione e spazio pubblico nel Mediterraneo”, lo storico del cristianesimo Alberto Melloni, ha dato il là a una riflessione profonda, riecheggiando un’analisi che risale ormai a diversi decenni fa: siamo ancora nel pieno della “vendetta di Dio”? Quella spinta, teorizzata in modo estremamente evocativo dallo studioso francese Gilles Kepel e innescata nel 1978 dall’elezione al soglio pontificio di Giovanni Paolo II e dalla rivoluzione khomeinista in Iran, che sfidava le grandi narrative laiche della modernità, oggi si manifesta infatti in forme nuove e globali, mettendo sempre più in discussione i confini tra sfera sacra e potere politico.

L’analisi che emerge è quella di un mondo percorso da un doppio movimento paradossale: da un lato, l’affermazione di agende politico-religiose globalmente simili; dall’altro, una polverizzazione delle credenze a livello locale. Una dinamica che alimenta tensioni profonde, specialmente sulle sponde del Mediterraneo e in Africa, dove la ricerca di una coesistenza rispettosa si scontra con la tentazione della strumentalizzazione.

Il paradosso globale: fedi frammentate e politiche omologate

A tracciare le coordinate di questo complesso scenario è stata la sociologa delle religioni Kristina Stoeckl, che insegna alla Luiss Guido Carli di Roma. Nel suo intervento ha spiegato come, a livello globale, si stiano affermando “progetti politico-religiosi curiosamente omogenei e convergenti”. Movimenti di estrema destra in India, partiti cristiani conservatori in Europa, la galassia Maga (Make America Great Again) negli Stati Uniti o certe correnti dell’Islam politico, pur partendo da tradizioni diverse, condividono un’agenda sorprendentemente simile: un richiamo a “conservatorismo, gerarchia, ordine e spesso patriarcato”.

Questi movimenti, spiega Stoeckl, cercano una “legittimazione religiosa” per riempire un vuoto di valori lasciato dal declino delle grandi ideologie del Novecento. Il risultato è la creazione di pericolose “spiritualità politiche”, che per loro natura sono esclusive. “Diventano violente nei confronti dell’altro – avverte la sociologa – ma anche verso chi, all’interno della stessa comunità, è percepito come diverso”. La spinta all’omologazione si scontra però con la realtà dei fatti. A livello locale, infatti, il processo è inverso: una crescente “frammentazione delle credenze” e delle visioni del mondo. La secolarizzazione, le migrazioni e l’individualismo spirituale hanno eroso quella che il sociologo Émile Durkheim chiamava “solidarietà sociale”, basata su valori morali condivisi. Si crea così una tensione esplosiva: leader che pretendono di parlare a nome di una fede monolitica si rivolgono a società che, in realtà, sono irrimediabilmente plurali.

Questa analisi trova riscontro diretto in Nord Africa. Pensiamo al ruolo del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, che si appoggia alla storica istituzione sunnita della moschea di Al-Azhar per proiettare un’immagine di ordine e tradizione, mentre reprime con durezza l’Islam politico incarnato dai Fratelli Musulmani. O alle continue tensioni che attraversano la Tunisia post-rivoluzionaria, perennemente in bilico nel definire il ruolo dell’Islam in una cornice statale che aspira a rimanere laica e democratica.

Dialogo, diritti e fede: le vie della coesistenza

Se questa è la diagnosi di un mondo in bilico tra omologazione ideologica e frammentazione sociale, quali sono allora le possibili vie d’uscita? Dal dibattito dei Med Dialogues emergono percorsi che rifiutano la logica dello scontro per tracciare un sentiero di coesistenza fondato sulla responsabilità. Il punto di partenza, per Ambrogio Bongiovanni, direttore del Centro studi interreligiosi della Pontificia Università Gregoriana, non può che essere il dialogo interreligioso, inteso non come semplice utopia retorica. Superando l’immagine ironica di un pulpito dove si predica che “i veri leoni sono vegetariani”, Bongiovanni propone il dialogo come un “modo di essere” concreto, che si fonda su una “cultura del dialogo”. Citando Papa Francesco, evoca il potente concetto del “Cainismo” per descrivere la minaccia che incombe oggi sulla fratellanza umana. La violenza, sostiene, non è strettamente legata alla religione; quest’ultima diventa piuttosto una “scusa” per nascondere altre volontà, prima tra tutte la “volontà di potere”. La vera domanda che le fedi devono porre ai potenti è quella biblica, una sfida etica universale: “Dov’è tuo fratello?”. Un esempio concreto di questo sforzo è il Documento sulla Fratellanza Umana, firmato nel 2019 ad Abu Dhabi dal Pontefice e dal Grande Imam di Al-Azhar.

Accanto al dialogo, un pilastro fondamentale è il diritto internazionale. Nazila Ghanea, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla Libertà di religione o di credo, ha ricordato che il sistema dei diritti umani non ha il compito di definire la religione, ma di proteggere uno spazio di libertà per tutti: credenti di ogni fede, atei, agnostici, popolazioni indigene e migranti. Questo diritto è l’antidoto al veleno dell’esclusività. “Sebbene a volte venga rivendicato in modo antagonista – ha sottolineato Ghanea – nessuna libertà può essere usata per estinguerne un’altra”. I diritti umani offrono uno “scheletro minimo di garanzie” che permette la convivenza al di là delle diverse costituzioni e culture.

A guardare all’interno delle stesse comunità religiose è infine Mariano Crociata, presidente delle Commissioni episcopali dell’Unione Europea, nonché vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno. Secondo lui, la sfida principale per le Chiese oggi è la “sfida della fede” stessa, ovvero come riuscire a trasmettere valori in società complesse e plurali. È qui che si gioca una partita decisiva, perché la religione mostra sempre un doppio volto: da un lato, può essere “manipolata per legittimare e rafforzare il potere”; dall’altro, rimane una “risorsa fondamentale per prevenire i conflitti e alleviare il dolore”. Riconoscere questa profonda ambivalenza è il primo passo per promuovere il suo potenziale costruttivo.

Oltre i trionfalismi, la responsabilità della coesistenza

La fotografia che emerge è nitida: il rapporto tra sacro e potere è una delle grandi faglie su cui si gioca il futuro dell’ordine globale e la stabilità di un asse strategico che dal Mediterraneo attraversa il continente fino al Sahel e oltre. La tentazione di usare la fede come un’arma identitaria per mobilitare consenso, riempire vuoti di valori e demonizzare il nemico è forte e, come ha mostrato l’analisi di Kristina Stoeckl, attraversa ogni cultura e continente con agende sorprendentemente simili.

Resistere a questa tentazione non significa però auspicare un mondo secolarizzato senza fedi, ma piuttosto impegnarsi nella costruzione paziente di un’architettura di convivenza che si fondi sul dialogo, sul rispetto dei diritti e sulla consapevolezza critica all’interno delle stesse tradizioni religiose. Come ha concluso Nazila Ghanea, lasciando alla platea una nota di pragmatica speranza, ogni progetto politico basato sull’arroganza e sulla superiorità è votato al fallimento. “Il presente e il futuro consistono nel trovare il modo di coesistere con rispetto”. Una responsabilità che non ricade solo sui leader religiosi o politici, ma su ogni comunità che abita le sponde di questo mare plurale.

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