L’impegno di Dakar per una nuova cittadinanza africana

di Marco Simoncelli

Decine di associazioni di attivisti africane si sono incontrate nella capitale Senegalese con l’obiettivo di unire le forze e condividere le esperienze. Ne è nato l’impegno a mettere in pratica la “solidarietà panafricana” proteggendosi l’un l’altro.

Voluta dalla piattaforma panafricana “Afrikki Mwinda” e dal movimento senegalese “Y en a marre”, la prima edizione dell’Università popolare d’impegno civico (UPEC) si è chiusa a Dakar il 27 luglio scorso. Vi hanno partecipato una trentina di associazioni militanti africane, dai membri della “Lucha” congolese agli attivisti del “Balai citoyen” burkinabè, fino agli oppositori “Sindumuja” burundesi.

Insieme, hanno discusso per cinque giorni sul tema «Cittadinanza e diritto di decidere», concludendo con una dichiarazione che, da un lato, denuncia lacune democratiche a livello continentale e, dall’altro, s’impegna ad una solidarietà attiva tra i movimenti sociali delle diverse nazioni africane. In questo senso, “Afriki”, l’inno di chiusura della conferenza, ha assunto un significato non solo ideale, ma quasi programmatico: «Mano nella mano, cari africani / Impegniamoci a cambiare la nostra Africa / Per il regno della pace, della giustizia, della fraternità / Mandiamo via le sporcizie dell’Africa / Mandiamo via i ladri dell’Africa / Mandiamo via i criminali dell’Africa / Mandiamo via i soci del potere dell’Africa».

Solidarietà panafricana
Per la militante e cantante burundese Khadja Nin, impossibilitata a rientrare nel suo Paese perché radicalmente anti-governativa, si è trattato di un momento di condivisione: «Siamo così contenti di esserci ritrovati, perché tutti vengano a conoscenza dell’esistenza dell’altro».

Si tratta di movimenti di lotta che hanno per la maggior parte una decina di anni, impegnati su terreni spesso pericolosi, che adesso condividono una rinnovata solidarietà panafricana: «sia intellettuale che popolare», ha dichiarato Foly Satchivi, attivista del movimento togolese “En aucun cas”, che ha aggiunto di aver imparato molto dai casi presentati a Dakar: «È stato importante conoscere queste persone, imparare da loro strategie e metodi che hanno messo in opera nelle loro esperienze di lotta. Le relazioni ascoltate all’UPEC ci hanno permesso di conoscere ciò che ha funzionato nel passato, così come ciò che invece non ha dato frutti e per quali ragioni; questo ci ha permesso di trarre degli insegnamenti per orientare meglio la lotta che portiamo avanti nel Togo».

L’impegno di Dakar
Fadel Barro, di “Y en a marre”, ha sottolineato questa necessità di proteggersi gli uni gli altri: «Oggi c’è una rete panafricana consolidata, che ha avviato una procedura di assistenza e di autoassistenza ai giovani in difficoltà a causa del loro impegno». Questa rete di solidarietà è stata formalizzata con la dichiarazione «Azimio la Dakar», ossia «L’impegno di Dakar», letta congiuntamente da Khadja Nin (di “Sindumuja”, Burundi), Fadel Barro (di “Y en a marre”, Senegal) e Fred Bauma (di “Le balai citoyen”, Burkina Faso):

«La schiavitù, le tratte negriere e la colonizzazione hanno intrapreso con un’estrema brutalità la spoliazione dell’Africa e dei suoi popoli, delle loro ricchezze naturali, delle loro identità e delle loro culture. […] Ma la storia dell’Africa e delle sue diaspore è anche una storia di resistenza e resilienza. Resistenza contro la schiavitù e le tratte negriere. Resistenza contro la colonizzazione, l’apartheid e l’oppressione. Resistenza contro l’alienazione e l’assimilazine culturale. Resistenza contro l’accaparramento delle nostre terre e la rapina delle nostre ricchezze. […] Gli attivisti d’Africa riuniti qui a Dakar hanno deciso di federare la costellazione dei movimenti sociali del continente. A tale scopo, bisogna ricostruire la nostra memoria collettiva, promuovere l’emancipazione politica e quella socio-economica». Si tratta, dunque, di una nuova speranza che nasce grazie alla gioventù africana che in tutto il continente si impegna e si attiva contro tirannie e ingiustizia sociale, per la democrazia e la pace: dalle Comore al Sud Africa, dal Madagascar al Camerun, fino agli Stati Uniti di “Black Lives Matter”, di cui è stata presente una delegazione. Come ha riconosciuto Barro, «tutti questi movimenti stanno combattendo a mani nude contro i kalashnikov dei dittatori che governano in quei Paesi».

Un primo passo importante, dunque, è stato compiuto; ora non resta che scoprire dove approderà questa ambiziosa costruzione di una nuova cittadinanza africana, tra continuità e nuovi orizzonti.

(Giovanni Gugg)

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