Le mappe del potere coloniale

di Tommaso Meo

di Uoldelul Chelati Dirar

Fondato nel 1861, l’Istituto Geografico Militare ha accompagnato la costruzione dello Stato unitario e dell’impero coloniale, producendo migliaia di carte e immagini che riflettono la visione eurocentrica dell’epoca. La sua straordinaria collezione rivela come la cartografia sia stata anche strumento di dominio e di costruzione dell’identità nazionale

Con questo contributo, dedicato all’Istituto Geografico Militare (Igm), si conclude la rassegna su alcune istituzioni che hanno avuto un ruolo centrale nelle politiche coloniali italiane e, più in generale, nella definizione dei rapporti tra l’Italia e le sue colonie. Fondato nel 1861 a Torino, contestualmente alla proclamazione del Regno d’Italia, l’Igm fu trasferito a Firenze nel 1865, quando la città divenne capitale. Fin dalle origini ha avuto il compito di produrre la cartografia ufficiale dello Stato, con finalità civili e militari. L’ampiezza di questa attività è testimoniata dal suo straordinario patrimonio archivistico: oltre 12.000 carte geografiche e circa 300.000 immagini di fotogrammetria, relative non solo al territorio nazionale ma anche alle colonie. Meno noto è un altro compito dell’Istituto: la conservazione e la manutenzione dei confini nazionali.

Per comprendere appieno il ruolo dell’Igm nel processo coloniale, è utile richiamare il dibattito avviato negli anni Ottanta dalla scuola postcoloniale dei Subaltern Studies, che ha messo in luce la natura non neutra delle discipline accademiche, confutando le pretese di oggettività della tradizione occidentale e rivelandone la matrice imperiale. In questa prospettiva rientra anche la disciplina geografica, che – pur affondando le radici in epoche antiche – assume la forma moderna tra la fine del Settecento e l’Ottocento, divenendo non solo strumento di conoscenza dei territori coloniali ma anche mezzo per proiettare oltre i confini europei la nozione occidentale di Stato, territorio e sovranità. Non è un caso che, negli stessi anni della nascita del Regno d’Italia, venga fondata a Firenze (nel 1867) la Società Geografica Italiana, subito impegnata nelle esplorazioni delle terre di “recente scoperta” e nella promozione della loro occupazione. Tra i suoi primi presidenti figurano Cristoforo Negri, Cesare Correnti, Luigi Federzoni e Corrado Zoli, tutti legati all’espansione coloniale. La cartografia coloniale non si limita a rappresentare lo spazio dell’espansione italiana: proietta sui territori e sulle popolazioni colonizzate la visione occidentale di sovranità e ordine politico modellata in Europa tra Settecento e Ottocento con la nascita dello Stato-nazione. Non è solo descrizione, ma anche strumento di potere e controllo, come dimostra la produzione dell’Igm, che raffigura le colonie secondo un modello amministrativo simile a quello dello Stato unitario.

Una sala dell’Istituto Geografico Militare

Le carte servivano inoltre a conferire un’aura di legittimità alle conquiste, anche quando non ancora consolidate. È il caso dell’Africa Orientale Italiana, presentata come territorio pienamente soggetto al controllo italiano e riorganizzato secondo le priorità del regime. In realtà, il dominio era frammentato e la legittimità dell’occupazione contestata a livello internazionale. La cartografia, più che descrivere, finiva così per rappresentare un progetto ideologico di dominio, coerente con la retorica della “missione civilizzatrice” del potere coloniale. A oltre ottant’anni dalla fine del dominio italiano nel Corno d’Africa, resta attuale la domanda su quale significato attribuire a questa eredità e quale uso farne. La ricchissima collezione dell’Igm offre oggi una prospettiva preziosa per comprendere il colonialismo italiano e il suo ruolo nella costruzione dell’identità nazionale. Dal punto di vista operativo, il vasto corpus di rilevazioni fotogrammetriche consente di analizzare – in chiave storica, economica e amministrativa – le trasformazioni del territorio nell’arco di un secolo. Resta però aperta una questione cruciale: il persistere, nella produzione cartografica contemporanea, di una visione dello spazio ancora eurocentrica, che riflette e perpetua i presupposti culturali dell’epoca coloniale.

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