L’Africa a Locarno

di claudia

di Annamaria Gallone

Oggi vi parliamo dei cortometraggi e lungometraggi che hanno portato l’Africa sugli schermi al Festival di Locarno conclusosi da poco. Tra questi, l’opera di Michelange Qua, L’evangile des cochons esplora la storia di Haiti attraverso la metafora dei maiali creoli, tra colonialismo, consumismo e dignità dei poveri.

  “Io sono il maiale creolo. Io sono chi sono. Io sono il maiale dei tuoi antenati. Non c’è altro maiale all’infuori di me, questo maiale creolo, nero, apocalittico, maiale del nuovo mondo il cui sangue ha lavato gli schiavi dal loro peccato, la cui carne è la tua carne, fino alla fine dei tempi.”

Questa provocatoria dichiarazione apre L’evangile des cochons di Michelange Quay, in competizione al 58° Festival del Film di Locarno, che si è tenuto dal 3 al 13 agosto 2005. Erano 18 i film in concorso, per un totale di 38 paesi rappresentati durante l’intero festival.

Il fim di Quay è particolarmente interessante: Basta una moneta trovata davanti alla cattedrale di Port-au-Prince per evocare l’ingerenza americana nella storia haitiana, rappresentata dallo sterminio dei maiali creoli neri durante la dittatura nel 1978, per sostituirli con i maiali rosa del Nord. Il loro sangue sgorga come quello degli schiavi e di coloro che hanno combattuto per l’indipendenza. Oggi, i maiali sopravvissuti si nutrono dei detriti delle baraccopoli, mentre la diaspora è ormai vittima del consumismo. nel consumismo, come il padre del regista che specula sul valore del maiale. Perfette le note jazz del sassofonista Julien Lourau. “In God we trust”: il poeta Dominique Batraville battezza un giovane maiale con la moneta americana e lo sacrifica per suggellare l’alleanza malvagia, sottolineando allo stesso tempo allo stesso tempo la dignità dei poveri.

In programma tutta una serie di cortometraggi e lungometraggi: in particolare citerei un film di Jenni Kivistö e Jussi Rastas: Silent legacy.

Sibiry, un coreografo del Burkina Faso che ora vive in Finlandia, lotta con le aspettative irrealistiche del suo paese d’origine, mentre cerca anche connessioni nel suo nuovo paese. Considerato come un europeo privilegiato nel suo paese d’origine, ma uno straniero in Finlandia, desidera essere visto come un pari e combattere le diseguaglianze con un modesto minibus. Attraverso la danza, film esplora l’identità, la migrazione e le eredità coloniali, gettando luce sulle complesse pressioni sociali affrontate dai migranti africani e infine su come la presenza dei cineasti europei finisca per influenzare involontariamente la realtà.

Dal film di Jenni Kivistö e Jussi Rastas: Silent legacy.

Importante l’attenzione del festival di Locarno per l’Africa e la diaspora africana: quattro anni dedicati al continente da qui al 2028: è la scelta di Open Doors, spazio di supporto e confronto per il cinema indipendente di diverse regioni del mondo, creato ormai da oltre vent’anni.

Come racconta Ibee Ndaw, del team artistico di Open Doors, «Il mercato africano è un mercato molto importante. Un continente con una popolazione molto giovane, che può quindi contare su tanti di quelli che saranno gli spettatori, il pubblico di domani.  Il programma si concentrerà su quarantadue Paesi.

«Il concetto di pluralità è molto importante – conclude Ibee Ndaw – siamo un grande continente, abbiamo molti paesi diversi con storie molto diverse, lingue molto diverse, e tipi di cinema molto diversi gli uni dagli altri. Una diversità che si riscontra nel modo in cui le storie vengono raccontate, nel montaggio, nelle scenografie. L’idea è quella di mostrare la ricchezza del cinema africano con la nostra selezione».

In apertura: L’evangile des cochons di Michelange Qua

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