La scuola di pace dei missionari

di Diego Fiore
Bunia
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In una delle province più martoriate della Repubblica democratica del Congo, una terra insanguinata dalle violenze, i Padri Bianchi hanno creato un luogo protetto per i giovani. Dove ricostruire ogni giorno la speranza nel futuro  

Il Nord-est della Repubblica democratica del Congo è una delle regioni più instabili a livello globale. Nella provincia del Nord Kivu da decenni proliferano gruppi ribelli che combattono per accaparrarsi il controllo di una miniera, di una collina o banalmente per saccheggiare villaggi nell’assoluta impunità. È questa una terra che vanta primati agghiaccianti, come il maggior numero di donne vittima di stupri di guerra, la continua e incessante presenza di bambini soldato nelle fila degli insorti, e ora è anche lo scenario della seconda epidemia di ebola più letale della storia. Ma ora non è solo il Nord Kivu a bruciare, l’infezione ha intaccato anche la confinante provincia dell’Ituri.

Dall’estate scorsa sono in corso scontri tra i gruppi Hema e Lendu. La regione vede quindi gli sfollati accampati in tendopoli spontanee: una crisi umanitaria di proporzioni paurose. In questo contesto di disperazione, dove la popolazione vive sotto assedio della violenza e del virus, ci sono anche storie controcorrente, di ostinata ricerca di una speranza, di un’alternativa a un destino di condanna. Una di queste è rappresentata dal centro École de Paix dei Padri Bianchi a Bunia, il capoluogo dell’Ituri.

Un sogno avverato

La Scuola di Pace è un punto di riferimento per la gioventù congolese che è cresciuta e vive in una delle aree più instabili del pianeta. I Padri Bianchi hanno dato vita nel 2000 al primo centro di aggregazione giovanile, poi la struttura definitiva è stata inaugurata nel 2014 e ora è un’oasi felice a Bunia. «Volevamo creare uno spazio protetto che fornisse ai ragazzi tutto ciò che non trovano nella loro quotidianità: qui possono venire a studiare, a giocare, a fare laboratori professionali, c’è persino una caffetteria dove possono ritrovarsi a chiacchierare, a bere una bibita, trascorrere del tempo felici». A parlare è padre Francis Xavier Ankospala, che prosegue: «Ogni giorno questo luogo è frequentato da circa 250 ragazzi. Dai bambini sino agli studenti universitari. Per noi è una gioia vedere come un’idea che all’inizio sembrava impossibile anche solo da concepire, in una terra martoriata dalla violenza, sia oggi una realtà della massima importanza. È un sogno che si è realizzato e speriamo continui a crescere. Questo non è solo un luogo di ritrovo ma anche un laboratorio per formare i professionisti e i pensatori del domani. Speriamo in questo modo di dare il nostro contributo ad aiutare la gioventù locale a cambiare lo stato delle cose in cui versa il Paese».

Educazione e riconciliazione

La struttura ospita una biblioteca per bambini che frequentano la scuola primaria e un’altra per gli studenti dell’università, con migliaia di volumi. C’è un’aula dedicata allo studio, dove i giovani si ritrovano dopo la scuola e si trattengono fino a tarda sera approfittando dell’illuminazione. Sono stati creati un laboratorio di informatica e di falegnameria, oltre alla cucina dove i ragazzi affiancano i cuochi e apprendono così a mettersi ai fornelli.

«Tutto quello che offriamo è stato creato per dare possibilità sia professionali che umane ai ragazzi di Bunia. Ciò che dà più gratificazione è vedere il loro entusiasmo», confida Claude Thiammenge, il responsabile dei laboratori. Ci accompagna a visitare la struttura spiegando com’è organizzata: nel salone principale, dov’è allestito anche il bar, alcuni giovani parlano tra loro e altri giocano a biliardo; nel padiglione deputato allo studio, in rigoroso silenzio gli alunni sottolineano i testi senza staccare gli occhi dai libri; in un’altra sala, più di trenta alunni dai 10 ai 14 anni stanno disposti a semicerchio. «Questo è uno dei laboratori più importanti: quello della pace. Facciamo lezioni a tema sull’importanza della convivenza interetnica, analizziamo questioni con cui ci rapportiamo ogni giorno: dai conflitti alle violenze di genere allo sfruttamento del sottosuolo, e facciamo in modo che i giovani dialoghino tra di loro, prendano coscienza delle problematiche e sviluppino uno spirito critico».

Nesor Wthum, laureato in diritto, è il tutor che accompagna i giovani in questo percorso. «Al termine dei tre mesi previsti, gli studenti devono elaborare un racconto, una tesi, oppure uno spettacolo teatrale su quanto hanno appreso. È una delle esperienze più emozionanti che abbia fatto in vita mia. Quando vedo in loro così viva la voglia di giustizia e riconciliazione, allora credo che l’avvenire riservi speranze per la Repubblica democratica del Congo».

(testo di Daniele Bellocchio – foto di Marco Gualazzini)

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