La giornata (amara) degli infermieri africani

di Marco Trovato
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

Si celebra oggi, martedì 12 maggio, la Giornata internazionale degli infermieri e delle infermiere, da sempre in prima linea, nella cura dei pazienti, soprattutto in questi mesi, in cui i sistemi sanitari sono messi fortemente sotto pressione dall’emergenza Coronavirus. Specie in Africa, dove la pandemia non ha raggiunto i dati allarmanti prospettati dall’Oms, ma dove la sanità pubblica è fragile, precaria, insufficiente. A sud del Sahara c’è un medico ogni 25 mila abitanti (in Italia, uno ogni 250). La crisi di personale sanitario è globale: ben 57 Paesi nel mondo – in maggioranza in Africa – hanno carenze di personale sanitario, e 1 miliardo di persone non vedrà mai un operatore sanitario nel corso di tutta la vita.

 

Secondo una stima dell’Organizzazione internazionale del lavoro, nel mondo mancano 10,3 milioni di operatori sanitari. È un’emergenza che tocca tutti i continenti (in Europa, nel 2020 mancherà un milione di medici e infermieri). Ma è l’Africa a soffrire la maggiore scarsità di personale. In Paesi come la Repubblica Centrafricana o la Rd Congo lavorano 0,09 medici e 0,55 infermiere ogni mille abitanti. In Guinea-Bissau, meno del 20% delle donne partorisce con un minimo di assistenza sanitaria. Ma neanche il Sudafrica, che pure ha un sistema sanitario avanzato, riesce a sopperire al fabbisogno di personale. Le facoltà di Medicina sfornano circa 1200 medici all’anno (in Italia, 5500), troppo pochi per offrire le cure a un Paese di 54 milioni di persone. Così Pretoria è costretta a importare dottori da Cuba, famosa per l’alta qualità della formazione dei propri medici. La scarsità di personale si inserisce in un contesto sanitario complesso. Da anni, il continente affronta una pandemia di Aids (25 milioni gli africani che vivono con il virus Hiv) e l’endemica diffusione della malaria (126 milioni i pazienti ogni anno). Questo, senza contare i problemi legati a malattie facilmente curabili che in Africa fanno ancora vittime o inabilitano le persone.  La pandemia di Coronavirus è solo l’ultima emergenza.

In Africa la carenza di infermieri è meno grave rispetto a quella dei camici bianchi, tuttavia in molti Paesi del continente si assiste a una preoccupante emoraggia di professionisti, verso il nord del mondo.  Ogni anno circa ventimila operatori sanitari lasciano i loro paesi africani e vanno a cercare un posto di lavoro meglio retribuito, specie in Europa e negli Usa. Dove gli stipendi medi di clinice e ospedali, spesso privati, possono arrivare a essere dieci volte quelli garantiti dalle sanità pubbliche nei Paesi subsahariani.  La carenza di personale sanitario che affligge alcune nazioni dell’Occidente ha aperto una via preferenziale a queste persone che ricevono un trattamento ben diverso da quello solitamente riservato agli immigrati. Alcuni grandi ospedali inviano addirittura propri rappresentanti in Africa per reclutare medici e infermieri, con promesse di stipendi mensili che equivalgono spesso al salario annuale locale. Gli inglesi usano il verbo “poach”, “cacciare di frodo”. E non potrebbe esserci termine più appropriato per indicare la razzia del personale sanitario che l’Europa e gli Stati Uniti compiono nel continente africano. Grazie all’ingaggio di medici e infermieri africani, si stima che la sola Inghilterra abbia  risparmiato 85 milioni di euro: la cifra che avrebbe speso per formare il prezioso personale. Il fenomeno della ‘fuga dei cervelli’ costa all’Africa oltre 5 miliardi di dollari l’anno. Soprattutto mette in crisi la sanità pubblica del Paesi africani d’origine che spesso – paradossalmente – hanno bisogno di operatori sanitari, volontari e cooperanti, provenienti dal nord del mondo.

 

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