La Brigade anti Sardinards e il futuro del Camerun

di Stefania Ragusa

«In tutta sincerità, non ci aspettiamo che i (pre)potenti africani cambino atteggiamento per effetto delle nostre denunce, ma manifestiamo perché vorremmo che in Italia e in Europa si prendesse finalmente coscienza delle situazioni di violenza e sopraffazione che molto spesso si patiscono nei paesi da cui partono i migranti». A parlare così è Gisèle Heumen, giovane camerunese, che risiede a Lodi e qui lavora come mediatrice culturale. Le manifestazioni a cui fa riferimento sono quelle della cosiddetta “Brigade Anti Sardinards”, letteralmente Brigata contro quelli che stanno al potere per “mangiare”, una rete nata tra i camerunesi della diaspora all’indomani delle ultime elezioni (che hanno visto la conferma tutt’altro che limpida di Paul Biya). La più recente manifestazione è stata fatta a Ferrara, il 9 marzo scorso, preceduta da quelle di Milano, Roma, Bologna e Padova. Altre sono in preparazione. A queste manifestazioni hanno partecipato in media 250 persone. Poche in termini assoluti, tante se si considera che si tratta solo di esponenti della diaspora camerunese. Ma i media italiani fino ad ora non hanno prestato attenzione.

La Brigade vuole ribadire un fermo “no” alla politica discriminatoria e vessatoria verso la popolazione anglofona (che ha provocato una fuga verso la Nigeria negli ultimi tre anni e migliaia di sfollati interni), alle violazioni dei diritti umani e alla corruzione.

Spiega Gisèle: «A fine gennaio 2019 è stato arrestato Maurice Kamto, che ufficialmente alle elezioni dell’ottobre 2018 è arrivato secondo, e con lui sono state incarcerate più di duecento persone. Il presidente del Camerun è ancora Paul Biya, 86 anni, al potere dal 1982. Dopo più di 36 anni, noi vogliamo un cambiamento».

«La nostra lotta»,  aggiunge il responsabile della “Brigade Anti Sardinards Italie” Marc Nanko, di Cremona,  «è per uno Stato di diritto, in cui i cittadini sappiano che la giustizia è uguale per tutti, i dirigenti possano rendere conto del loro operato davanti alla giustizia e si possa fare dissenso senza correre pericoli. So bene di cosa parlo perché ho vissuto la persecuzione sulla mia pelle».

La spaccatura tra parte anglofona e francofona del Paese è molto seria. «Chi ora si trova in Camerun», ci racconta una donna che chiede l’anonimato per motivi di sicurezza, «percepisce una società divisa in due: il centro Paese sostiene che le violenze contro gli anglofoni siano un’invenzione, mentre nel North West e South West i civili subiscono violenze dall’esercito stesso ma non vengono creduti». Non è un caso che, nella migrazione più recente, chi è arrivato in Italia ed è originario delle zone anglofone del Camerun si sia visto riconoscere la protezione. Lo sa bene Gisèle, che per la Caritas lodigiana ha tra l’altro il compito di accompagnare i migranti alle “Commissioni” per la richiesta di asilo.

Ultima di cinquanta figli (sette dalla stessa madre, il padre era proprietario di una piantagione di cacao), Gisèle ha studiato geografia e segreteria di direzione. «All’università ho conosciuto studenti di lingua anglofona e mi sono resa conto che erano molto più preparati di noi. C’era un gap, che riguardava le nostre formazioni, i libri di testo e la percezione della realtà. Ho cominciato a capire perché gli anglofoni ci prendessero in giro, dicendo che nella parte francese del Camerun siamo stupidi». Poi ha iniziato a lavorare nel campo della ricerca geografica e a impegnarsi nell’attività sindacale. Ma più riusciva a spuntare buone condizioni per i colleghi, più si rendeva conto che la sua sicurezza personale era a rischio. Da qui la decisione di lasciare il Paese, le pratiche per il visto e l’arrivo in Italia, nel 2012.

Dal Camerun, intanto, arrivano sempre notizie preoccupanti. «Adesso si è arrivati a sparare, a uccidere. Persino sulla folla dei manifestanti e alle spalle. Nella Costituzione del Camerun è riconosciuto il diritto di manifestare, eppure l’esercito ha fatto violenze proprio durante le manifestazioni. Quello che mi ha più colpito è un fatto accaduto nel Nord del Camerun. Hanno detto che c’era Boko Haram. Sono state uccise due mamme, una aveva un figlioletto di otto mesi, l’altra una bimba di pochi anni. Il governo ha dato la responsabilità dell’accaduto al Mali, ma poi è uscita la verità, grazie a un video. Nell’audio si riconosceva l’accento dei militari, ed era quello tipico di quella zona del Camerun».

Visibile in internet, in Italia rilanciato nel luglio 2018, il video mostra chiaramente due donne con una bambina a fianco e un neonato sulla schiena, costrette in una certa direzione da soldati armati. Viene scelto di non divulgare il momento dell’esecuzione, però dagli studi su rilievi, edifici e ombre si è riusciti a stabilire data e luogo: un sentiero in uscita dal paese di Krawa Mafa, nella stagione secca, tra il 20 marzo e il 5 aprile 2015. E uno dei fucili risulta di tipo Zastava M21 di fabbricazione serba, in uso ad alcuni reparti dell’esercito del Camerun. Inchieste come queste vengono portate avanti da Human Rights Watch, che sta documentando abusi da parte sia delle forze governative sia dei separatisti anglofoni.
«Hanno detto che le mamme erano terroriste», osserva Gisèle. «E il bambino?  Vorrei che tutti sapessero che i giovani africani non vengono qui perché a loro semplicemente piace l’Europa, ma perché nei loro Paesi si spara e a casa loro sono arrivati a sentirsi stranieri. La pace non è soltanto mancanza di guerra, ma anche di ingiustizia e fame».

(Raffaella Bianchi)

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