di Andrea Spinelli Barrile
Secondo le Nazioni Unite la minaccia jihadista è in crescita, soprattutto in Africa, ma la crisi si intreccia con le denunce russe di un ruolo attivo di Kiev a sostegno dei gruppi armati islamisti e separatisti nel continente
La minaccia rappresentata dal gruppo terroristico che in tutto il mondo è noto come Isis, o Daesh, rimane “dinamica e diversificata” soprattutto in Africa, dove il gruppo sta attualmente registrando il livello di attività più alto al mondo: lo ha affermato il capo dell’Ufficio antiterrorismo delle Nazioni unite (Unoct), il russo Vladimir Voronkov.
L’allerta è particolarmente alta nella regione africana del Sahel, dove i gruppi affiliati a Daesh, come lo Stato islamico della provincia dell’Africa occidentale (Iswap), si sono distinti come prolifici produttori di propaganda terroristica, attirando reclute straniere, compiendo attacchi continui contro postazioni militari e civili e conquistando ampie porzioni di territorio, dove impongono la sharia, tasse come la zakat e controllano le popolazioni e le attività economiche.
Le gravi accuse contro Kiev
Le dichiarazioni di Voronkov non appaiono casuali e arrivano nello stesso giorno del rinnovo delle gravissime accuse della Russia all’Ucraina: ieri Dmitry Polyansky, primo vice rappresentante permanente della Russia presso l’Onu, ha chiesto formalmente un’”indagine internazionale approfondita” che coinvolga le Nazioni unite in relazione al sostegno dell’Ucraina ai militanti islamisti e separatisti in Africa: “Esistono fatti specifici che indicano chiaramente che i servizi speciali ucraini, tra cui la Direzione principale dell’intelligence del ministero della Difesa, sono coinvolti in attività sovversive nei Paesi del Sahel e in altre regioni dell’Africa. Forniscono armi e droni ai miliziani, li addestrano al loro utilizzo, coordinano le azioni dei terroristi, tra cui il cosiddetto Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani” ovvero quel temibile Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin, legato ad Al-Qaeda e potentissimo nel nord del Mali, dove secondo Polyansky gli ucraini “trasferiscono mercenari addestrati per agire contro i governi locali”.
Non si tratta di accuse nuove rivolte all’Ucraina: già il Mali, tramite il suo rappresentante alle Nazioni unite, ha chiesto più volte un’indagine contro Kiev basata sugli stessi presupposti. A Bamako, tra l’altro, un procuratore maliano specializzato nella lotta al terrorismo, dopo alcune dichiarazioni di funzionari ucraini diffuse dai media poco più di un anno fa, ha avviato un’indagine su un possibile sostegno al terrorismo: la decisione è stata presa dopo che le autorità maliane hanno annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con l’Ucraina, citando le dichiarazioni di Andriy Yusov, rappresentante della Direzione principale dell’intelligence del ministero della Difesa ucraino, che commentando ai media ucraini l’incursione dei militanti separatisti Touareg contro un convoglio militare in Mali, ha dichiarato che ai militanti “sono state fornite le informazioni necessarie e anche di più”, una versione confermata anche da Yuriy Pivovarov, ambasciatore ucraino in Senegal. “Da un punto di vista legale” ha detto il ministro degli Esteri maliano Abdoulaye Diop a ottobre 2024, “siamo stati obbligati ad avviare un’indagine e non posso interferire con il lavoro del sistema giudiziario. Tuttavia, sono fiducioso che i risultati dell’indagine lo saranno resi pubblici in modo tempestivo”.
Ma il problema denunciato da Mosca e dal Mali non riguarda un vago “sostegno”: Polyansky ha detto ieri che Kiev fornisce armi a “terroristi in tutto il mondo”, tra cui a cellule dello Stato islamico: “Non possiamo ignorare il grave problema delle armi che finiscono nelle mani dei terroristi. Il rapporto lo menziona solo marginalmente. Ma i fatti parlano da soli: durante le operazioni per eliminare le cellule dell’Isis, sono stati ripetutamente scoperti depositi di armi provenienti dall’Europa occidentale e orientale. Pertanto, le armi occidentali fornite al corrotto regime di Kiev continuano a fluire verso varie regioni del mondo, comprese le zone di attività dell’Isis e di Al-Qaeda” in Africa.
Il Sahel è la nuova Europa orientale
A guardare le dichiarazioni, si tratta di una vera e propria escalation che va avanti da oltre un anno e che propone come nuovo teatro di guerra russo-ucraino proprio l’Africa, proprio il Sahel: i primi di giugno la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, durante un briefing con la stampa, rilanciando queste accuse ha detto che Kiev avrebbe scelto la via della destabilizzazione in Africa per compensare le “sconfitte subite sul fronte europeo”, sostenendo movimenti armati in aree sensibili come il Sahel. In particolare, ha sottolineato come “l’accuratezza di queste informazioni sia stata verificata dai governi di Mali e Niger, che nell’agosto 2024 hanno deciso di interrompere le relazioni diplomatiche con l’Ucraina”, una posizione alla quale si è allineato anche il Burkina Faso: questi tre Paesi infatti hanno chiesto formalmente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di intervenire sulla questione, con il Mali che ha presentato una risoluzione sostenuta dalla Russia per condannare il presunto sostegno di Kiev a gruppi terroristici.
Le accuse non si limitano ai ribelli separatisti touareg nel nord del Mali: Zakharova ha menzionato anche il coinvolgimento dell’intelligence ucraina nell’assistenza al Gruppo per il sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim) e secondo fonti di stampa locali in Mali e Burkina Faso, il 30 maggio scorso il Jnim avrebbe lanciato un attacco contro le Forze armate maliane nella regione di Koulikoro, con il supporto operativo proprio di Kiev.
La pietra dello scandalo, la prima volta che si è parlato di un possibile sostegno di Kiev ai gruppi armati (islamisti o separatisti) in Africa, è stato nel luglio 2024 quando Andriy Yusov, portavoce dell’intelligence militare ucraina, ha confermato in una dichiarazione l’implicazione di Kiev in un attacco a Tinzaouaten, nel nord del Mali, al confine con l’Algeria. L’operazione, secondo quanto riferito anche dall’ambasciatore ucraino in Senegal, Yurii Pyvovarov, provocò la morte di circa 150 mercenari del gruppo Wagner e altrettanti soldati maliani e, proprio dopo quell’attacco, il governo del Mali ruppe le relazioni diplomatiche con Kiev, chiese l’incriminazione di Yusov e Pyvovarov e denunciò pubblicamente “un tentativo di destabilizzazione da parte dell’Ucraina travestita da diplomazia”. Secondo Bamako, “il sostegno all’Ucraina equivale a un sostegno al terrorismo internazionale” e rientra in “un modello più ampio in cui alcuni attori esterni sfruttano i gruppi jihadisti per i propri interessi geopolitici nella regione”.
Come vuole la tradizionale propaganda, o comunicazione di guerra, Kiev non ha smentito né confermato ufficialmente molte delle accuse: secondo alcuni analisti, si tratterebbe in parte di una guerra di propaganda, volta a mostrare forza e capacità di influenza in nuovi teatri, anche se con riscontri ambigui e in un contesto in cui l’informazione è spesso strumentalizzata.
Restando nella guerra di propaganda, sempre ieri l’ufficio stampa del Servizio di intelligence estero (Svr) della Federazione russa ha diffuso una nota in cui accusa Kiev di fare combattere, oltre agli ucraini, stranieri che sarebbero usati dall’Ucraina sul fronte europeo “come forza sacrificabile”, composta da “mercenari professionisti, provenienti principalmente da Paesi del Medio Oriente, Africa e America Latina, ridotti alla povertà dalle pratiche neocoloniali dei globalisti occidentali”.



