Giovanni Pigatto | A Cabo Delgado non si può morire

di Enrico Casale

È in corso un conflitto alimentato dai cartelli della droga, dal traffico clandestino di legname, dal contrabbando di risorse minerarie, da una povertà endemica che permette alla criminalità di fiorire. E dalle multinazionali.

Non si può immaginare la reazione di una madre alla quale muore un figlio: è probabilmente il dolore più grande che si può provare in una vita. Ed è ancora più incomprensibile se, alla morte di un figlio, qualcuno ti dice che no, non si possono fare funerali, non può essere seppellito nel cimitero del tuo paese, ma deve essere trasportato lontano, chissà dove, perché lì non si può morire.

Questo è quello che è accaduto a una madre che abita a Cabo Delgado, la provincia più a nord del Mozambico, dove da un paio d’anni si verificano episodi di violenza per opera di gruppi armati dei quali non si conosce quasi nulla.

Emissari del governo centrale, che non ha alcuna intenzione di ammettere che la situazione sta sfuggendo di mano, vogliono nascondere il più possibile le morti e le violenze che ci sono in questa zona, e non è infrequente che salme vengano seppellite in gran segreto chissà dove, in silenzio.

Cabo Delgado è la regione più ricca di risorse naturali del Paese. Qui ci sono giacimenti di pietre preziose, marmo, grafite, e poi, soprattutto offshore, ci sono grandissimi giacimenti di gas naturale ancora vergini (che sulla terraferma necessitano di ampi spazi per la raffinazione).

E la grande domanda che ancora non ha una risposta è: chi sono questi gruppi violenti?
La risposta più semplice, ma probabilmente anche quella più superficiale, è che si tratti di estremismo islamico, simile a quello che si trova in alcune zone della Somalia o del Sahel, ma la realtà è ben più complessa.

Giusto per dare un’idea, nel 2017 è scoppiato uno scandalo per cui ben due miliardi di dollari erano stati investiti dal governo di Maputo in tre società del Nord del Paese che, però, non sono mai veramente divenute operative. Un investimento avvenuto tra il 2013 e il 2014 e fatto di nascosto, senza passare per un (obbligatorio) voto parlamentare.

Nel 2017 si è aggiunto un ulteriore personaggio non poco influente: lo statunitense Erik Prince, il fondatore della società di milizia privata Blackwater, che si è offerto di risanare un pezzo del debito. In più, all’inizio di quest’anno, la società petrolifera Anadarko ha minacciato di ritirare gli investimenti se la zona non venisse resa sicura e, ancora una volta, Erik Prince si è offerto per sistemare le cose con i suoi contractor.

Insomma, non è da scartare neppure la teoria per cui qualcuno stia di proposito rendendo l’area instabile, per costringere i locali ad abbandonare queste ricchissime terre, così da poterle sfruttare in modo indisturbato.

Per tentare di fare chiarezza su questi fenomeni, nel mese di agosto è stata indetta a Pemba (capoluogo della regione di Cabo Delgado) una conferenza dal titolo «Conflitto umano nello sfruttamento delle risorse naturali: riflessioni e prospettive», alla quale hanno partecipato molti studiosi, storici e attivisti mozambicani e non, che hanno provato a fare il punto della situazione, come riporta il giornalista Tomás Vieira Mário nel giornale online Carta de Moçambique.

Tutti sono stati d’accordo nel dire che il conflitto non può essere spiegato da un solo fattore, ma da una serie di concause che hanno radici lontane: i cartelli della droga che dispongono di ingenti risorse economiche, il traffico clandestino di legname, il contrabbando di risorse minerarie molto richieste dal mondo occidentale, una povertà endemica che permette alla criminalità di fiorire trovando facilmente forza lavoro, le lotte etniche (soprattutto tra makonde e muanes), le lotte religiose (tra cristiani e musulmani).

A complicare le cose poi ci sono le multinazionali occidentali che minacciano di non voler investire sulla zona e un governo del tutto inadatto a dare una risposta al problema, ma che di quegli investimenti ha estremo bisogno (e voglia).

Al termine dei lavori si è redatto un prezioso documento, chiamato «dichiarazione di Pemba», che mette qualche punto fermo e pone con forza il problema al governo centrale. La tesi di fondo è che, alla base di tutti i problemi e delle violenze non c’è tanto l’estremismo islamico (casomai un mezzo per altri fini), ma le «trasformazioni generate dalla esplorazione delle risorse naturali, avvenuta in modo caotico, in totale assenza dello Stato e con un opportunismo generalizzato».

E, infine, la dichiarazione di Pemba fa anche delle richieste al governo: l’eliminazione degli ostacoli per i giornalisti che vogliono indagare il conflitto, una revisione del modello di estrazione (finora solo causa di conflitti sociali), il diritto di possedere la terra per gli abitanti del posto, una revisione della strategia militare per debellare le violenze.

Insomma, uno scenario in continuo divenire e un’emergenza che dura ormai da troppo tempo. Ora è veramente il momento di fare qualcosa.


giovanni pigattoGiovanni Pigatto. Una passione per la politica e per la storia. Scrive di Africa e cura il podcast Ab origine su storia, politica e società del continente nero. Una laurea in lettere moderne a Trento e tanta voglia ancora di imparare…

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