Fede e migranti, la situazione in Italia

di Enrico Casale
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

In Italia, la maggioranza assoluta dei 5 milioni di migranti è di fede cristiana, un terzo è musulmano, il 5% è ateo o agnostico. Sotto il 3% troviamo, in ordine decrescente, induisti, buddisti, seguaci di varie dottrine orientali e poi gli animisti africani, catalogati in 70mila unità corrispondenti all’1,3%.

Tra i cristiani (di cui i tre quarti sono europei, suddivisi per oltre la metà in comunitari per lo più di origine rumena e non Ue quasi tutti albanesi, moldavi e ucraini) gli africani rappresentano solo il 5,2%, con i nigeriani che pesano per l’1,5% e i ghanesi per l’1. Se consideriamo solo i protestanti la quota africana sale nettamente al 21,2% con i nigeriani al 9,5 e i ghanesi al 5,2. Discorso opposto se valutiamo coloro che si professano musulmani. Qui gli africani sono addirittura la maggioranza, esattamente il 53,6% del totale, suddivisi tra marocchini (24,3%, il gruppo nettamente più numeroso), egiziani (6,9), senegalesi (5,8), tunisini (5,5), nigeriani (3,3) e pochi altri. Il quadro è rimasto in questo caso stabile sia nei numeri sia nelle proporzioni per tutto il quinquennio.

Questo è il macrocosmo in cui si sono fatti sentire gli effetti devastanti della pandemia, che ha accentuato le diseguaglianze in atto. Il Dossier Statistico Immigrazione (Idos) riporta, ad esempio, la difficoltà per un musulmano di trovare cimiteri idonei alla sepoltura, un punto debole del sistema che si somma ad altri aspetti della vita comune come l’utilizzo dei servizi scolastici e della pubblica amministrazione, in ritardo rispetto ai bisogni.

La realtà vede una fitta rete di persone a rischio di ghettizzazione, integralismi e diseguaglianze che si sommano nei soggetti più deboli. Un migrante africano stenta a trovare lavoro, se lo trova è tra i meno qualificati, se vuole praticare la sua fede lo fa senza intesa con lo Stato, portando a ciò che i ricercatori definiscono «un sommerso sociale» che si salda a «un sommerso economico». Quindi è necessario lavorare per rafforzare la coesione tra i cittadini con risorse in grado di canalizzare insieme energie sociali e spirituali. Un mezzo fondamentale è utilizzare il ruolo delle comunità religiose locali per renderle riferimento nei processi di integrazione, contrasto all’integralismo, promozione della legalità, nonché nel garantire servizi essenziali come cibi rispettosi delle norme rituali, collette, depositi di vestiario.

In Italia esistono meno che altrove (pensiamo alla Francia) quartieri ghetto, marginali e periferici e quindi una migliore azione di integrazione è spesso svolta più dal potere locale che da quello centrale, che può instaurare con i ministri del culto una policy strutturata e permanente invece delle best practices oggi troppo occasionali. L’identità religiosa costituisce una preziosa risorsa interiore di resilienza che consente spesso più di altre agli immigrati di resistere alla durezza del loro percorso di vita. È fondamentale che ciò sia compreso anche dalle istituzioni.

(Mario Ghirardi)

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