Dakar, architetture meticce

di Diego Fiore
Most Dakar
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«Frequentavo un ristorante senegalese a Milano, dove una persona mi ha introdotto nel Paese. Il primo viaggio, per seguire un piccolo progetto, è stato molto difficile». Inizia così il racconto di Mirco Monti, architetto fondatore di Most Monti Studio a Dakar. Al rientro in Italia «i dubbi erano enormi. Ma la giovane età e la possibilità di vedere realizzati i miei progetti hanno avuto il sopravvento e ho scelto il Senegal». Tra l’abitudine occidentale di «vedere l’architettura africana legata alle costruzioni con materiali minimi come paglia, bambù, terra cruda» e la «smania africana di realizzare costruzioni come le grandi capitali globali: grattacieli in vetrocemento e hi-tech ingegneristico», Monti propone una terza via: un’architettura contemporanea che esista e funzioni solo in terra africana. La ricerca di un’identità architettonica specifica africana, con un «modo di disegnare contemporaneo e locale in cui né la forma, né la funzione sono le generatrici del progetto, ma il sentimento specifico del luogo», è diventato un tratto distintivo di Monti, che oggi è anche docente universitario all’Ipp di Dakar e all’Eaa di Abidjan. L’architetto riconosce che «l’architettura è fatta dalle persone e per le persone» e lo studio da lui diretto si distingue per la grande personalizzazione dei progetti. Le sfide più complesse? La logistica e il fattore organizzativo: i metodi occidentali di organizzazione del lavoro e pianificazione a volte non funzionano e serve tanta flessibilità. Il mercato senegalese è «dinamico e in piena ascesa», con la promozione immobiliare a trainare l’economia di Dakar. Ci sono «infinite opportunità, con la possibilità di inventare, produrre, realizzare qualsiasi cosa». Allo stesso tempo, vanno evitati facili entusiasmi, perché «se fosse facile saremmo tutti lì». Tra gli ultimi lavori realizzati da Most, il nuovo Istituto Italiano di Cultura a Dakar. 

(Martino Ghielmo, vadoinafrica)

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