Crisi dei carburanti in Mali, cosa fa il governo?

di claudia

Come sta cercando di risolvere, il governo del Mali, la crisi dei carburanti e di sicurezza dovuti al blocco imposto dai jihadisti, che stanno strangolando le città e l’economia del Paese?

La giunta militare sta implementando una strategia che combina risposta militare, diplomazia regionale e misure di resilienza interna: tra attacchi aerei, cooperazione con i Paesi vicini e mantenimento dei servizi pubblici, Bamako cerca di preservare la propria indipendenza energetica e di contenere gli effetti di una guerra economica di logoramento imposta dal Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim).

Lo riporta l’agenzia stampa africana Apa, che cita fonti diplomatiche che hanno partecipato all’incontro del 5 novembre organizzato a Bamako dal ministro degli Esteri maliano Abdoulaye Diop, che ha illustrato al corpo diplomatico accreditato in Mali la situazione della sicurezza e le difficoltà di approvvigionamento di carburante e descritto, nel dettaglio, le misure adottate per proteggere i corridoi logistici che collegano il Paese ai porti di Abidjan, Dakar e Conakry, sottolineando il coordinamento tra le Forze armate maliane (Fama) e i loro partner della Confederazione degli stati del Sahel (Aes), con le scorte dei convogli e le operazioni per neutralizzare i gruppi armati che stanno venendo intensificate per garantire il regolare flusso delle autocisterne. Un flusso che, tuttavia, è molto al di sotto del fabbisogno minimo necessario.

Da settembre, ripetuti attacchi ai convogli di carburante provenienti da Senegal, Costa d’Avorio e Niger stanno mettendo messo a dura prova le scorte di carburante e la tenuta energetica ed economica del Paese: attualmente intere città, compresa la capitale Bamako, stanno subendo interruzioni dei trasporti, riduzione dell’orario scolastico e instabilità economica e nella stessa capitale non c’è corrente elettrica per la maggior parte della giornata. Il Jnim, affiliato ad al-Qaeda, ha rivendicato la responsabilità di un blocco del gasolio e della benzina in ingresso in Mali, con l’obiettivo di paralizzare il cuore economico del Paese e il governo ha risposto intensificando i raid aerei. Il 6 novembre, operazioni mirate hanno colpito postazioni jihadiste nella regione di Sikasso, vicino ai corridoi ivoriani e guineani, attacchi volti a proteggere i convogli di carburante e che per la giunta militare dovrebbero dimostrare la determinazione di Bamako a salvaguardare le sue vitali linee di rifornimento.

Sul fronte diplomatico, la cooperazione con il Senegal si è rafforzata: il generale Birame Diop, ministro delle Forze armate senegalesi, ha ricevuto nei giorni scorsi a Dakar una delegazione maliana guidata dal colonnello Oumarou Maiga per discutere di una maggiore cooperazione militare, in particolare trasfrontaliera, un incontro che fa parte di una serie di iniziative bilaterali intraprese dal 2024, caratterizzate da pattugliamenti congiunti di frontiera e scambi regolari tra Dakar e Bamako.

Nonostante il ritiro del Mali dalla Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Ecowas), definitivo da gennaio 2025, i due Paesi mantengono una collaborazione pragmatica basata sulla stabilità regionale e sui legami economici. Il Mali rimane il principale cliente africano del Senegal, assorbendo oltre la metà delle esportazioni senegalesi verso il continente, una quota significativa delle quali è costituita proprio da prodotti petroliferi.

Sul campo, in Mali, la situazione si sta forzatamente cercando di normalizzare: le scuole ad esempio, chiuse per due settimane a causa della crisi del carburante, hanno riaperto ieri ma le difficoltà sono enormi. Il ministero dell’Istruzione ha elogiato la pazienza di insegnanti e studenti, pur riconoscendo le continue sfide logistiche: a Bamako e nelle regioni limitrofe, le stazioni di servizio stanno gradualmente riaprendo, nonostante le lunghe code persistenti, la distribuzione irregolare del carburante, un mercato nero fiorente. L’attuale crisi mette in luce una nuova forma di guerra condotta da gruppi armati: una guerra di asfissia economica volta a indebolire lo Stato maliano interrompendone i circuiti energetici.

In un articolo di opinione pubblicato due giorni fa su Le Matin, l’ex ministro degli Interni senegalese Aly Ngouille Ndiaye ha esortato i leader dell’Africa occidentale a non aspettare che “Bamako cada” prima di agire, sottolineando che il crollo del Mali avrebbe avuto ripercussioni sulla sicurezza e sull’economia dell’intera subregione.

Per Bamako, difendere la sovranità energetica è ormai una questione di sopravvivenza nazionale: tra la minaccia jihadista, la dipendenza dalle importazioni e la necessità di cooperazione regionale, il Mali cerca di trasformare la crisi in una leva di resilienza, affermando la propria determinazione a resistere, a qualunque costo, di fronte all’embargo imposto.

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