Centrafrica, traffico di armi e interessi economici

di Enrico Casale
miliziano centrafricano
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Interferenze di potenze straniere, interessi delle grande compagnie minerarie, giochi sporchi delle formazioni politiche locali, diffusione massiccia delle milizie locali: è questo l’intricato quadro tracciato dal rapporto stilato da un gruppo di esperti delle Nazioni Unite incaricato di documentare le possibili violazioni dell’embargo sulle armi nella Repubblica Centrafricana. Il rapporto sarà reso pubblico alla fine del mese, ma alcuni stralci sono stati anticipati da Radio France Internationale.

Le indagini alla base di questo rapporto risalgono a prima delle elezioni di dicembre e della formazione di Pcc, la coalizione ribelle che minaccia il potere di Bangui (alla quale avrebbe contribuito, secondo gli esperti Onu, anche l’ex presidente François Bozizé).

Per quanto riguarda le consegne di armi al Paese, gli analisti delle Nazioni Unite spiegano che troppo spesso le forze armate centrafricane non hanno rispettato l’obbligo di «garantire la protezione e la tracciabilità delle loro scorte». Sottolineano inoltre che l’equipaggiamento militare arrivato a ottobre a Bangui dalla Russia non era ancora stato registrato dalla Repubblica Centrafricana a dicembre. Questo equipaggiamento, secondo i ricercatori, è finito a Boali nelle mani di gruppi armati membri del Pcc, 3R e anti-balaka in particolare.

Un altro punto saliente documentato in questo rapporto è come l’Upc, uno dei gruppi armati più potenti del Paese, trae i suoi proventi da un sistema di tassazione sullo sfruttamento dell’attività di estrazione dell’oro nella regione di Bambari. Gli esperti accusano questo gruppo armato di avere dato vita a una vera «amministrazione parallela» a quella dello Stato centrafricano. Descrivono come gli agenti siano incaricati per conto dell’Upc di riscuotere le tasse minerarie al posto delle autorità, a pena di rappresaglie.

Sullo sfondo, gli esperti denunciano soprattutto la complicità mostrata, secondo loro, diverse società di estrazione dell’oro presenti in loco. In particolare citano la Imc, industria mineraria centrafricana di proprietà cinese, e Midas, società ritenuta vicina alla Russia.

Queste due società sono, tra l’altro, accusate di pagare direttamente membri dell’Upc per garantire la sicurezza dei loro siti, e quindi di finanziare il gruppo armato in flagrante violazione del regime di sanzioni delle Nazioni Unite.

Infine, il gruppo di esperti delle Nazioni Unite insiste sull’«assenza» di rappresentanti dello Stato in queste aree di estrazione dell’oro. Un funzionario, interrogato dagli esperti, ha raccontato di essere stato arrestato e trattenuto per sette ore dall’Upc per aver tentato di recarsi al sito minerario di Ndassima 2.

Interrogato dalla giuria di esperti, Midas ha risposto di non essere stato informato della presenza dell’Upc nella zona. L’azienda ha poi fornito agli esperti una lettera firmata del ministero dell’Interno, in cui si scrive che Midas non lavora con gruppi armati. Imc non ha risposto alle accuse degli esperti.

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