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QUADERNI AFRICANI

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    Somaliland
    QUADERNI AFRICANI

    Somaliland, il nodo irrisolto del Corno d’Africa

    di Tommaso Meo 22 Marzo 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    di Marco Lattanzi – Centro Studi Amistades

    Da oltre trent’anni governa, vota e controlla il proprio territorio, ma per il mondo non è uno Stato. Un paradosso giuridico che oggi si intreccia con interessi geopolitici sempre più rilevanti

    Nel Corno d’Africa esiste una realtà che mette in crisi le categorie stesse con cui il diritto internazionale continua a leggere il mondo: il Somaliland. Stretto tra Gibuti, Etiopia e Somalia, e affacciato a nord sul Golfo di Aden, una delle rotte marittime più strategiche del pianeta, questo territorio, da oltre trent’anni esercita funzioni statuali complete. Ha un governo, una capitale operativa Hargeisa (o Hargheisa), confini sorvegliati e una propria moneta, lo Scellino del Somaliland. Dispone inoltre di un sistema giudiziario e di forze di sicurezza relativamente efficienti, capaci di garantire una stabilità interna superiore a quella della vicina Somalia, con cui continua però a condividere ufficialmente la stessa sovranità territoriale. Inoltre, dal 2001 ha una sua Costituzione e sin da allora ha visto celebrare elezioni multipartitiche.

    Sul piano del diritto internazionale, il Somaliland resta però in una condizione di sospensione: non è membro delle Nazioni Unite, non può firmare trattati bilaterali come Stato sovrano e non dispone di ambasciate ufficiali, ma solo di uffici di rappresentanza informali. La sua esistenza politica, pur consolidata nella pratica, non si traduce in riconoscimento giuridico.

    Le conseguenze non sono solo diplomatiche, ma quotidiane. I passaporti del Somaliland non sono riconosciuti a livello internazionale e i suoi cittadini risultano formalmente somali, con evidenti limitazioni alla mobilità. L’assenza di riconoscimento impedisce inoltre l’accesso ai finanziamenti delle principali istituzioni internazionali, come la Banca Mondiale, incidendo direttamente sull’accesso a servizi e diritti economici, sociali e civili.

    Mentre la Somalia, da tre decenni, è segnata da conflitti prolungati, frammentazione politica e presenza di gruppi armati come al-Shabaab, fattori che hanno alimentato carestie e instabilità sociopolitica ed economica, il Somaliland ha costruito gradualmente istituzioni relativamente solide e un sistema socio-politico sorprendentemente funzionale. Nel Somaliland e nelle regioni circostanti, il potere si articola attraverso sistemi che combinano appartenenza sociale, relazioni politiche e controllo del territorio. Gli Isaaq rappresentano oggi la principale base politico-sociale del Somaliland. A ovest, i Dir mantengono legami storici con Etiopia e Gibuti, mentre a est, nelle regioni di Sool e Sanaag, Dhulbahante  e Warsangali esprimono posizioni spesso più vicine al Puntland e al governo federale somalo. 

    È proprio in queste aree che si concentrano le tensioni più recenti. La crisi di Las Anod, esplosa nel 2023 e ancora irrisolta, ha provocato centinaia di vittime e una grave emergenza umanitaria, evidenziando le fragilità interne e le divergenze politiche all’interno del territorio. Le radici di questa situazione affondano anche nella storia coloniale. Tra la fine dell’Ottocento e il 1960, l’area era divisa tra amministrazioni europee (britannica a nord, italiana a sud e francese nell’attuale Gibuti) dando origine a percorsi politici distinti. L’unione tra Somaliland britannico e Somalia italiana nel 1960, sebbene spinta dall’ideale pansomalo, si scontrò con l’eredità di due sistemi amministrativi, giuridici ed economici profondamente divergenti, frutto delle diverse politiche coloniali britanniche e italiane. Queste distorsioni strutturali, sommate a profonde differenze psicologiche e sociali maturate sotto gli imperi, alimentarono un precoce senso di marginalizzazione del Nord.

    Tuttavia, il processo di integrazione nazionale visse una fase di forte spinta sociale nei primi anni del governo di Siad Barre. L’esempio più significativo fu la grande campagna di alfabetizzazione del 1972, che portò alla storica trasformazione del somalo in lingua scritta. La scelta dei caratteri latini, dettata da ragioni di efficienza economica e tecnica, rappresentò un tentativo concreto di superare le barriere linguistiche coloniali e unificare il Paese sotto un’unica identità culturale moderna. Nonostante questi successi iniziali, le disparità di gestione del potere finirono per prevalere, portando alla rottura definitiva. Negli anni Ottanta, la repressione del regime di Siad Barre contro le popolazioni settentrionali trasformò queste tensioni in conflitto aperto. Dopo il crollo dello Stato somalo nel 1991, il Somaliland proclamò la propria indipendenza entro i confini dell’ex protettorato britannico, rivendicando una continuità territoriale coerente con le frontiere coloniali. Da allora, il Somaliland resta uno Stato de facto ma non riconosciuto. Il riconoscimento da parte di Israele nel 2025 ha riacceso il dibattito internazionale anche se L’Unione Africana (Ua) e la Lega Araba hanno assunto una posizione di netta e ferma opposizione al riconoscimento del Somaliland da parte di Israele.

    L’approccio globale nei confronti della crisi somala si basa sulla formula One Somalia policy,  sul modello della One China policy, applicata a Taiwan, . Il governo del Somaliland, alla pari di quello taiwanese, quindi, è un soggetto con cui dialogare e con il quale giungere a delle intese tecniche o commerciali, ma niente che possa essere assimilato a un riconoscimento della sovranità. Malgrado risorse limitate e una povertà diffusa con un indice di diseguaglianza marcato, in Somaliland le elezioni si sono sempre tenute con regolarità in modo molto competitivo e generalmente pacifico, con osservatori internazionali che le hanno giudicate credibili. Nonostante l’isolamento diplomatico e l’impossibilità di accedere ai prestiti internazionali, in questo spazio grigio, il Somaliland ha costruito un sistema politico relativamente stabile e competitivo, mentre la sua economia si regge in larga parte sulle rimesse della diaspora, vero pilastro finanziario del territorio. Accanto a queste, l’export di bestiame verso il Golfo e i paesi vicini continua a rappresentare una delle principali leve economiche.

    Ma è la geografia a spiegare il crescente interesse esterno. Il porto di Berbera, affacciato sul Golfo di Aden, si sta trasformando in un’alternativa strategica ai corridoi logistici regionali, grazie agli investimenti emiratini e al progressivo coinvolgimento dell’Etiopia. Più che uno Stato “non riconosciuto”, il Somaliland si configura così come uno snodo operativo già inserito nelle dinamiche economiche e geopolitiche del Mar Rosso. Con 442 milioni di dollari di investimenti oggi il porto di Berbera si propone come alternativa diretta al vicino porto di Gibuti (Porto di Doraleh). Non a caso già nel 2018 l’Etiopia, gigante da 130 milioni di abitanti e senza sbocco sul mare ha acquisito il 19% delle quote del porto per garantirsi così un accesso diretto al Mar Rosso. In parallelo è in costruzione il corridoio Berbera-Etiopia, una superstrada di circa 250 km che collega il porto al confine etiope di Tog Wajaale finanziato dagli Emirati Arabi Uniti con gran parte di questo tracciato che è già stato asfaltato e operativo. Questo corridoio riduce tempi e costi di trasporto verso Addis Abeba offrendo un’alternativa al quasi monopolio di Gibuti, da cui oggi transita oltre il 90% del commercio estero etiope, spesso con tariffe proibitive, alimentando l’elite al governo che ne risentirebbe se questi traffici vengo tagliati o interrotti.

    Parallelamente, il Somaliland è entrato nelle dinamiche della competizione globale.  Il rafforzamento dei rapporti con Taiwan, attraverso l’apertura di uffici reciproci nel 2020, ha inserito il territorio nel confronto tra Pechino e Taipei. Allen Lou, rappresentante di Taiwan in Somaliland ha detto che «insieme al Somaliland, cerchiamo di evitare che il Mar Rosso diventi cinese». Negli Stati Uniti il dossier Somaliland è invece progressivamente emerso come leva strategica nel dibattito politico, tra contenimento della Cina e ridefinizione delle alleanze nel Corno d’Africa.

    Nel giugno 2025 il deputato repubblicano Scott Perry, ha presentato alla Camera un disegno di legge chiamato Republic of Somaliland Independence Act, proponendo di riconoscere ufficialmente il Somaliland come Stato sovrano. Pochi mesi prima, a marzo 2025, a Washington è arrivata una bozza di lettera scritta dal presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud rivolgendosi a Donald Trump con la quale offriva agli Stati Uniti l’uso esclusivo di alcune basi aeree e di porti somali, in cambio di sostegno politico e militare. Verso il Somaliland Trump non ha mai chiuso la porta, anzi, ha dichiarato pubblicamente ad agosto 2025 che gli Usa stanno lavorando al dossier, anche se la situazione è complicata. Una frase volutamente vaga, ma sufficiente a mandare in fibrillazione la Somalia e a galvanizzare il Somaliland.

    Il 26 dicembre 2025 Israele, è diventato ufficialmente il primo Stato membro dell’Onu a riconoscere l’indipendenza del Somaliland. La principale motivazione del riconoscimento appare di natura geostrategica, legata alla peculiare posizione geografica del Paese. Con oltre 800 chilometri di costa sul Golfo di Aden, il Somaliland controlla uno dei passaggi più sensibili tra Oceano Indiano e Mar Rosso. In un contesto segnato dagli attacchi alle navi e dalle tensioni legate alla crisi in Yemen, Tel Aviv vede in Hargeisa un interlocutore relativamente stabile, capace di offrire una sponda strategica fondamentale per contrastare l’egemonia iraniana nel Mar Rosso. Il consolidamento dell’asse tra Israele e Somaliland permette infatti di monitorare direttamente le rotte di rifornimento dei ribelli Houthi, sostenuti da Teheran, e di neutralizzare il corridoio logistico che l’Iran tenta di stabilire tra il Golfo di Aden e il Canale di Suez. Posizionando Hargeisa come baluardo anti-iraniano, Israele non solo mette in sicurezza i propri interessi marittimi, ma sottrae all’influenza di Teheran un quadrante geografico vitale, isolando ulteriormente le ambizioni della Repubblica Islamica nell’Africa Orientale. Questa strategia si intreccia con la logica degli Accordi di Abramo e con l’asse informale con gli Emirati Arabi Uniti. 

    Da parte sua, Hargeisa vede l’appoggio israeliano capace di spingere altri Paesi a riconsiderare la propria posizione. Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Turchia e diversi Paesi dell’Africa orientale sostengono Mogadiscio che ha condannato fortemente la mossa di Israele perché minaccia all’unità nazionale a cui il Presidente Hassan Sheikh Mohamud sta lavorando sin dal suo insediamento, parlando di una spaccatura crescente, ma non ancora irreversibile. In questo quadro globale, l’Unione Europea, pur avendo nell’area rilevanti interessi strategici e militari (diversi Paesi europei hanno basi militari a Gibuti), resta ai margini e concentrata su altre priorità. In una posizione di vigile attesa, la Cina mantiene invece canali aperti con tutti gli attori regionali, monitorando ogni evoluzione tattica attraverso il prisma dei progetti della Belt and Road Initiative, un’architettura di investimenti che permette alla Cina di restare defilata politicamente, ma centrale economicamente.  Gli Stati Uniti hanno difeso il diritto di Israele di procedere al riconoscimento, pur precisando che la politica americana sul tema non è cambiata. 

    Il caso Somaliland va dunque oltre la questione del riconoscimento di uno Stato non riconosciuto, ma rappresenta un possibile punto di svolta capace di ridisegnare gli equilibri fragili del Corno d’Africa, trasformando una vicenda locale in uno snodo della competizione geopolitica globale.

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