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QUADERNI AFRICANI

Blog a cura di Amistades – www.amistades.info

    QUADERNI AFRICANI

    Nel “Grande gioco” africano l’Italia cerca spazio tra i giganti

    di Tommaso Meo 28 Marzo 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    di Alessandro GalbariniĀ – Centro Studi Amistades

    Mentre Pechino costruisce ponti e Mosca offre sicurezza militare, Roma gioca la carta della diplomazia energetica. Nel rimescolamento africano, il Piano Mattei tenta di offrire una terza via, puntando tutto sulla geografia e sul pragmatismo. Ma in un continente che non accetta più lezioni, basterà questo approccio per competere?

    Se ci si siede oggi nella hall di un grande albergo internazionale ad Addis Abeba, o si osservano i movimenti nei corridoi ministeriali di Dakar, si ha la percezione fisica di un continente corteggiato come mai prima d’ora. Non ĆØ raro incrociare delegazioni cinesi con i contratti per le infrastrutture in mano, inviati turchi che propongono droni e accordi commerciali, e funzionari russi che offrono “pacchetti di sicurezza” in cambio di risorse. ƈ in questo scenario affollato, competitivo e talvolta brutale – spesso definito dagli analisti il Ā«nuovo Scramble for AfricaĀ» – che l’Italia sta cercando di farsi largo con il suo Piano Mattei.

    Per comprendere davvero la portata della scommessa italiana, al di lĆ  dei Ā«sei pilastriĀ» operativi del piano, bisogna osservare anche la mappa geopolitica globale. La domanda chiave ĆØ semplice: come può l’Italia, con risorse finanziarie limitate rispetto ai colossi globali, sperare di competere?

    La risposta di Roma risiede nel tentativo di offrire una strada alernativa. La strategia italiana non può contare sulla potenza di fuoco finanziaria della Cina, che con la Belt and Road Initiative ha investito miliardi in strade e porti (spesso lasciando però in ereditĆ  la pesante “trappola del debito”), nĆ© sull’approccio muscolare della Russia, che attraverso i contractor dell’Africa Corps (ex Wagner) presidia il Sahel puntando sulla tenuta militare dei regimi. L’Italia ha dovuto scegliere una strada più sottile: quella del ponte diplomatico ed energetico nel Mediterraneo allargato.

    Il cuore strategico del piano ĆØ, innanzitutto, geografico. L’Italia scommette tutto sulla sua posizione naturale per proporsi come l’hub energetico dell’Europa. Con la guerra in Ucraina che ha fortemente (se non totalmente) impedito il rifornimento di gas e petrolio ad Est, l’asse di approvvigionamento del vecchio continente ha ruotato bruscamente verso Sud. L’Italia si propone ai partner storici (come Algeria, Egitto, Libia) e a quelli nuovi (come il Mozambico) non più come un semplice cliente, ma come la porta d’ingresso privilegiata per il mercato unico europeo. ƈ una diplomazia fatta sƬ di tubi e gasdotti, ma anche di una narrazione politica precisa, approccio ribadito anche da Giorgia Meloni stessa: Ā«Vogliamo inaugurare una nuova pagina fatta non di approcci predatori o caritatevoli, ma di una cooperazione da pari a pariĀ».

    L’obiettivo ĆØ vendere un modello di partenariato non estrattivista, contrapponendolo implicitamente all’interventismo francese, oggi in profonda crisi di popolaritĆ  in gran parte dell’Africa francofona.

    Tuttavia, Roma sa bene che da sola non ha le spalle abbastanza larghe: ĆØ qui che il Piano Mattei cerca una sponda internazionale. L’intuizione di portare il dossier africano al centro della presidenza italiana del G7 non ĆØ stata casuale: l’obiettivo era agganciare il piano italiano alla Pgii (Partnership for Global Infrastructure and Investment), l’iniziativa infrastrutturale a guida Us e Ue. In sostanza, l’Italia mette il know-how, le relazioni storiche e la flessibilitĆ  delle sue piccole e medie imprese – eccellenti nell’agroindustria e nella manifattura, dove i cinesi faticano – mentre cerca capitali e supporto politico a Washington e Bruxelles.

    Ma ogni strategia che proviene dall’Europa deve fare i conti con quello che ĆØ chiamato pragmatismo africano (o african agency). I governi locali non sono più spettatori passivi o vittime bisognose di aiuto, ma attori attivi che diversificano le alleanze in base al proprio interesse nazionale. ƈ un sentimento diffuso che vede il continente africano rifiutare di scegliere un campo esclusivo. I Paesi africani fanno costruire i ponti dai cinesi, comprano il grano dai russi e la tecnologia dagli europei, a seconda di chi offre l’accordo migliore.

    Il caso del Niger ĆØ emblematico di questa fluiditĆ : mentre i militari al potere cacciavano le truppe francesi e americane, avvicinandosi alla sfera russa, l’Italia ĆØ riuscita a mantenere un canale di dialogo aperto e una presenza sul terreno, proprio grazie a un approccio percepito come meno invasivo e più attento alle esigenze locali, focalizzato su formazione e sanitĆ  piuttosto che solo su lezioni di democrazia.

    La sfida per il Piano Mattei, dunque, non ĆØ solo economica, ma di credibilitĆ  politica. In un continente stanco di promesse occidentali non mantenute e di piani calati dall’alto, l’Italia deve dimostrare di avere il “fiato lungo”. Se la Cina porta il cemento e la Russia le armi, l’Italia scommette sulla formazione, sulla salute e sulla cooperazione tra pari. La strategia sembra essere valida: essere la potenza media, amichevole e flessibile che dialoga dove gli altri impongono. Ma nel “Grande gioco”, dove i vuoti vengono riempiti alla velocitĆ  della luce, le buone intenzioni non bastano. L’Italia dovrĆ  correre veloce se vuole che il suo ponte verso l’Africa sia davvero trafficato in entrambe le direzioni e non resti solo un bel progetto sulla carta.

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    28 Marzo 2026 0 commentI
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