di Luciano Bertozzi
Dalla Repubblica Democratica del Congo alla Somalia, dalla Nigeria al Sudan, migliaia di bambini vengono reclutati da milizie e eserciti regolari. Rapiti nelle scuole o nei villaggi, trasformati in combattenti, facchini o kamikaze, sono molto spesso vittime di violenze, indottrinamento e stupefacenti
Decine di milizie, ma anche eserciti regolari, arruolano minorenni – talvolta di appena otto anni – trasformandoli in combattenti. Migliaia di bambini vengono rapiti nelle scuole o nei villaggi e costretti a unirsi ai gruppi armati. Le guerre senza fine che attraversano molte regioni del mondo richiedono continuamente nuove reclute. I più piccoli sono facili da indottrinare: non hanno piena consapevolezza delle loro azioni, non chiedono salario e, nei Paesi devastati dalla fame e dal cambiamento climatico, spesso solo chi è armato riesce a mangiare.
In molti casi ai nuovi arrivati viene imposto un brutale rito di iniziazione: uccidere o essere uccisi. È il modo con cui le milizie spezzano ogni possibilità di fuga e trasformano i bambini in strumenti di guerra. I minori svolgono i compiti più diversi: cuochi, facchini, messaggeri, combattenti. Anche le ragazze vengono coinvolte. Molte sono costrette a diventare “spose” dei guerriglieri o schiave sessuali; in Nigeria la milizia Boko Haram le utilizza spesso come kamikaze, perché hanno più facilità a superare i controlli. I bambini soldato conoscono ogni forma di violenza: uccisioni, torture, mutilazioni, uso di droghe per eliminare paura e dolore, gravidanze indesiderate e malattie come l’Aids.
Secondo le Nazioni Unite, nel 2024 sono stati documentati oltre 7.000 casi di minori utilizzati nei combattimenti in una ventina di Paesi, per il 90% da gruppi armati non statali. Il rapporto annuale del Segretario generale dell’ONU Children and Armed Conflict individua tra i Paesi più colpiti Afghanistan, Colombia, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Iraq, Mali, Sudan, Sudan del Sud, Somalia, Siria, Yemen, Myanmar e Nigeria.
In Africa la situazione più grave resta quella della Repubblica Democratica del Congo, teatro di un conflitto quasi permanente legato anche al controllo delle immense risorse minerarie. Secondo l’Onu, almeno 2.300 minori sono stati reclutati da milizie armate, tra cui circa 700 ragazze.
In Somalia circa 700 bambini sono stati utilizzati nei combattimenti, molti dei quali rapiti dal gruppo jihadista Al-Shabab. Anche l’esercito governativo è stato accusato di impiegare minorenni. Il Paese riceve da anni supporto internazionale, compresa una missione europea di addestramento militare, ma il fenomeno continua. Allo stesso tempo centinaia di ragazzi sospettati di legami con i gruppi armati sono stati incarcerati: quasi 800 minori tra gli 11 e i 17 anni, secondo dati ONU, nonostante il diritto internazionale preveda il carcere solo in casi eccezionali.
In Nigeria il reclutamento riguarda circa 1.000 minori, con una particolarità: le ragazze sono la maggioranza, spesso sequestrate nelle scuole da Boko Haram o da altre milizie. Nel Paese oltre 700 bambini risultano detenuti con l’accusa di appartenere a gruppi armati.
In Mozambico i gruppi jihadisti attivi nella provincia di Cabo Delgado hanno arruolato circa 400 minori, mentre in Mali, segnato dal conflitto tra esercito e gruppi islamisti, sono stati registrati quasi 300 casi.
In Sudan, dove dal 2023 infuria la guerra tra le Forze armate sudanesi e le Forze di supporto rapido, i bambini soldato vengono utilizzati anche nella propaganda online. Secondo il sito investigativo Bellingcat, alcuni di loro – soprannominati lion cubs, “cuccioli di leone” – appaiono in video su TikTok armati o accanto ai comandanti militari, mentre esaltano operazioni di guerra o insultano il nemico. I filmati hanno raccolto milioni di visualizzazioni, trasformando i minori in simboli della mobilitazione bellica.
I conflitti non risparmiano neppure scuole e ospedali. In un solo anno le Nazioni Unite hanno verificato centinaia di attacchi contro queste strutture, più di 170 in Africa in Paesi come Congo, Somalia, Mozambico, Burkina Faso e Mali.
Da anni il rapporto annuale dell’Onu elenca governi e gruppi armati responsabili del reclutamento di bambini e di altri gravi crimini contro i minori: uccisioni, rapimenti, violenze sessuali, distruzione di scuole e ospedali. Ma raramente queste denunce portano a sanzioni o procedimenti giudiziari. In alcuni casi, paradossalmente, i governi coinvolti continuano a ricevere sostegno internazionale.
Il diritto internazionale considera crimine di guerra l’arruolamento di minori di 15 anni. Il Tribunale penale internazionale può perseguire i responsabili, ma i casi giudiziari restano pochi. Tra le rare condanne recenti figura quella inflitta da un tribunale ugandese a Thomas Kwoyelo, comandante del Lord’s Resistance Army, condannato a 40 anni di carcere per atrocità commesse durante il conflitto.
Nonostante il quadro drammatico, qualche segnale positivo esiste. Grazie ai programmi delle Nazioni Unite e dell’Unicef, nel 2024 circa 16.000 bambini soldato sono stati smobilitati e avviati a percorsi di reinserimento nella società.
Ma per molti di loro la guerra non finisce con la liberazione. Sebbene il diritto internazionale li consideri vittime, molti ex bambini soldato vengono detenuti con l’accusa di terrorismo. Per le ragazze liberate dalle milizie si aggiunge spesso lo stigma sociale: emarginate dalle comunità, hanno pochissime possibilità di ricostruirsi una vita.
I programmi di reinserimento sono quindi fondamentali per evitare che questi ragazzi tornino a combattere o finiscano nella criminalità. Tuttavia i finanziamenti internazionali stanno diminuendo, mentre la spesa globale per le armi continua a crescere.



