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Edizione del 27/07/2026

© Rivista Africa
Editore: Internationalia srl
P.IVA 11980111006

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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Autore

Tommaso Meo

Tommaso Meo

    CONTINENTE VEROIL SETACCIO DELLA STORIA - U. Chelati Dirar

    Lo zoo umano di Treia, una storia dimenticata del colonialismo fascista

    di Tommaso Meo 5 Aprile 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    di Uoldelul Chelati Dirar

    Poco conosciuta al grande pubblico è la presenza di africani nei campi d’internamento e nei luoghi di confino allestiti dal regime fascista in Italia. Tra questi merita una menzione particolare quello di Villa Spada a Treia, in provincia di Macerata

    Ricostruita scrupolosamente da Matteo Petracci nel suo libro Partigiani d’oltremare, la vicenda riguardante il campo di Treia è un episodio che evidenzia l’importanza del metodo storico e la necessità di rifuggire dalle risposte semplici. La presenza di africani in questo campo di internamento era collegata all’allestimento della Mostra Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare, inaugurata da re Vittorio Emanuele II a Napoli il 9 maggio 1940. La mostra veniva proposta come una «rassegna panoramica e sintetica delle realizzazioni del valore e del lavoro italiano in Africa», in altre parole una celebrazione in grande stile dei presunti successi dell’impresa coloniale italiana e, al tempo stesso, la proposta di una nuova idea di italianità in cui le colonie venivano presentate come parte integrale e organica del tessuto economico e sociale dell’Italia fascista.

    All’interno della mostra, alcuni padiglioni ospitavano allestimenti che riproducevano monumenti, chiese ortodosse, moschee delle colonie così come scorci di aree urbane e di villaggi di alcune delle comunità agro-pastorali delle colonie, la cui vita quotidiana veniva offerta allo sguardo curioso dei visitatori. Un vero e proprio zoo umano popolato con “sudditi coloniali” (58 tra donne, uomini e bambini) appositamente trasferiti a Napoli da Eritrea, Etiopia, Libia e Somalia e scortati da un gruppo di ascari della Polizia dell’Africa Italiana. Erano “comparse” accuratamente selezionate, tra cui figuravano anche personalità importanti. Infatti, nelle intenzioni del regime, la mostra oltre che agli italiani e agli osservatori internazionali era rivolta anche alle élite delle colonie, alle quali intendeva mostrare la potenza dell’Italia fascista e così convincerle dell’inutilità di opporvisi e della convenienza di una loro collaborazione. Destinata a rimanere aperta fino al 15 ottobre, la mostra venne precipitosamente chiusa dopo appena un mese dall’inaugurazione in seguito all’entrata in guerra dell’Italia. Gli “ospiti” africani rimasero abbandonati in condizioni di estremo disagio per quasi tre anni in uno dei villaggi allestiti nella mostra, pensati per un utilizzo solo temporaneo e di certo non attrezzati per i rigori dell’inverno italiano. Solonel 1943 furono trasferiti nel campo d’internamento di Treia.

    Qui ha inizio la parte più affascinante della vicenda. Infatti, a seguito del temporaneo vuoto di potere seguito alla crisi dell’8 settembre, alcuni degli internati africani entrarono in contatto con la brigata partigiana guidata dal leggendario comandante Mario Depangher e decisero di unirsi ai partigiani rivelando loro dove erano celate le armi e le munizioni del campo d’internamento. Altri internati africani si aggiunsero poi ai primi andando a ingrossare le file di un gruppo partigiano già molto variegato, composto da italiani, croati, serbi e britannici. Va comunque sottolineato che solo una minoranza degli ospiti africani si unì ai partigiani. La maggioranza rimase a Villa Spada, chi perché non se la sentiva di abbandonare la famiglia (erano presenti anche neonati), chi per paura e chi perché non condivideva il progetto politico.

    Molti tra quanti si unirono ai partigiani furono uccisi e in alcuni casi sono rimaste tracce della loro sepoltura o, come nel caso dell’etiopico Abbabulgu Abbamagal, detto Carlo, le sue spoglie sono state rintracciate, grazie anche all’aiuto di Matteo Petracci, e hanno ricevuto degna sepoltura in anni recenti. I sopravvissuti, sia tra i partigiani sia tra quanti erano rimasti nel campo d’internamento, furono infine rimpatriati nel 1944. Alcuni di loro avrebbero anche avuto un ruolo importante nella vita politica del loro Paese di provenienza. È il caso del somalo Aden Scire che, tornato in patria, prese parte alla transizione della Somalia verso l’indipendenza e ricoprì poi cariche governative, tra cui quella di ministro della Giustizia.

    La vicenda del campo di Villa Spada è importante in quanto ci permette di cogliere la complessità e le tante sfumature del sistema coloniale. Da un lato ci aiuta a comprendere quanto articolata e piena di sfaccettature sia stata la presenza di africani e africane nell’Italia fascista. Allo stesso tempo le diverse traiettorie umane degli internati di Villa Spada evidenziano la necessità di avere sempre uno sguardo ampio sulle vicende storiche, rifuggendo la tentazione di una lettura semplificata. Nessuno tra gli ospiti africani fu una vittima passiva della violenza fascista; tutti, seppur in modo diverso, espressero una loro autonomia propositiva, che questa si sia tradotta in scelte ardite di partecipazione alla lotta partigiana o in sobria protezione della propria quotidianità o nella continuazione della collaborazione con l’oppressore.

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    5 Aprile 2026 0 commentI
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