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Edizione del 21/09/2026

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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Autore

Tommaso Meo

Tommaso Meo

    fame, carestia
    FOCUS

    Quando la fame diventa una ferita sociale e psicologica

    di Tommaso Meo 20 Maggio 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    di Fabrizio Floris

    Dalla Repubblica Democratica del Congo al Sud Sudan milioni di persone vivono un’insicurezza alimentare sempre più cronica aggravata da guerre inflazione e crisi climatiche. Ma oggi la fame non significa soltanto mancanza di cibo: produce isolamento ansia esclusione sociale e colpisce soprattutto bambini e giovani

    La fame nel mondo non sta soltanto aumentando: sta cambiando forma. Non riguarda più soltanto la scarsità estrema di cibo nelle aree colpite da guerre o siccità, ma si intreccia sempre più con inflazione, conflitti globali, crisi climatiche, salute mentale e impoverimento delle reti sociali.

    Secondo la Fao, nella Repubblica Democratica del Congo milioni di persone sono oggi intrappolate in una crisi alimentare sempre più profonda. La combinazione di conflitto armato, sfollamenti interni, aumento dei prezzi e insufficienza degli aiuti umanitari ha portato intere regioni verso livelli estremi di insicurezza alimentare. La stessa Fao parla di bisogni umanitari che «superano di gran lunga» la capacità di risposta internazionale. Anche in Sud Sudan la situazione è drammatica. Secondo un recente rapporto della Fao, circa 7,8 milioni di persone affrontano livelli elevati di insicurezza alimentare acuta, mentre oltre 2,2 milioni di bambini soffrono di malnutrizione acuta. Le cause non sono soltanto agricole: guerre locali, instabilità politica, eventi climatici estremi e collasso economico si sovrappongono producendo una crisi permanente.

    Ma la fame non riguarda soltanto l’Africa orientale o le zone tradizionalmente associate alle emergenze alimentari. Il conflitto in Medio Oriente e le tensioni nello Stretto di Hormuz stanno contribuendo ad alimentare una crisi alimentare globale. L’aumento dei costi energetici e dei trasporti incide infatti direttamente sui prezzi del cibo, soprattutto nei paesi più dipendenti dalle importazioni. La fame contemporanea appare così sempre meno come un problema isolato di produzione agricola e sempre più come una crisi sistemica globale.

    C’è però un altro aspetto, meno visibile, che sta emergendo con forza nella ricerca internazionale: la fame non è soltanto una condizione nutrizionale. È anche una esperienza emotiva, relazionale e psicologica. Un recente studio qualitativo condotto nel distretto di Masaka, in Uganda, pubblicato su Ssm – Mental Health, mostra come i bambini vivano l’insicurezza alimentare non solo attraverso la fame fisica, ma anche attraverso vergogna, esclusione sociale, ansia, stanchezza e difficoltà scolastiche. La ricerca, basata su disegni, racconti e attività partecipative con bambini tra 7 e 13 anni, descrive la fame come una esperienza quotidiana che modella emozioni e relazioni sociali.

    Un bambino racconta: «Quando non c’è cibo, divento triste e non voglio parlare con nessuno». Un altro: «Quando non ho mangiato, guardo il libro ma le parole spariscono». Le testimonianze raccolte nello studio mostrano come la fame influenzi: concentrazione scolastica; memoria; partecipazione in classe; relazioni tra pari; percezione di sé. I ricercatori parlano esplicitamente di «hunger-related stress», uno stress legato alla fame che produce effetti emotivi e comportamentali persistenti.

    Particolarmente interessante è il tema della «dietary monotony»: mangiare continuamente gli stessi cibi poveri — fagioli, manioca, porridge — genera non soltanto carenze nutrizionali, ma anche frustrazione, vergogna e senso di esclusione. La fame emerge così come una esperienza sociale totale: riguarda il corpo; ma anche la dignità; la possibilità di apprendere; la partecipazione alla vita collettiva; il senso di appartenenza.

    Nella ricerca ugandese colpisce anche un altro elemento: i bambini sviluppano strategie di adattamento emotivo e morale. Condividono il poco cibo disponibile, scherzano sulla fame, pregano, cercano di proteggere i fratelli minori. Una bambina di 13 anni racconta: «Quando cuciniamo insieme, dimentichiamo la fame e ridiamo». Questa dimensione relazionale della fame è spesso assente nelle statistiche internazionali, che tendono a misurare calorie, malnutrizione o prezzi alimentari, ma non il peso psicologico e sociale dell’insicurezza alimentare.

    Eppure proprio questo intreccio tra fame, instabilità e vulnerabilità sociale rischia di diventare uno dei grandi temi globali dei prossimi anni. Secondo le Nazioni Unite, centinaia di milioni di persone vivono oggi in condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave. Guerre regionali, crisi climatiche, debito, volatilità energetica e dipendenza dalle importazioni stanno rendendo il sistema alimentare mondiale sempre più fragile.

    Oggi la fame contemporanea non coincide più soltanto con l’immagine della carestia improvvisa. Sempre più spesso assume la forma di una precarietà cronica: pasti ridotti; alimentazione monotona; famiglie costrette a saltare i pasti; bambini che studiano affamati; città dove il cibo esiste ma diventa economicamente inaccessibile. In molte aree del mondo il problema non è l’assenza totale di alimenti, ma la crescente difficoltà di accedere stabilmente a cibo nutriente, diversificato e sicuro. Per questo la crisi alimentare globale non può essere letta soltanto come una emergenza umanitaria. È anche una questione politica, economica e sociale che riguarda il modello di sviluppo globale, la distribuzione delle risorse e la capacità delle società di proteggere le proprie popolazioni più vulnerabili.

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    20 Maggio 2026 0 commentI
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