Il cardinale Ambongo Besungu: «Senza dialogo non ci sarà pace in Repubblica Democratica del Congo»

di Valentina Milani
Fridolin Besungu

Il cardinale Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo metropolita cattolico di Kinshasa, ha rinnovato l’appello per un dialogo politico nazionale inclusivo nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc). Intervenendo agli incontri internazionali per la pace organizzati dalla Comunità di Sant’Egidio ad Assisi in occasione del 40° anniversario dell’evento interreligioso promosso da papa Giovanni Paolo II, ha escluso che una soluzione militare possa porre fine al conflitto nell’est del Paese e ha indicato nel confronto tra le parti la via per superare una crisi di sicurezza che affligge il Paese da oltre 30 anni.

Ambongo ha sottolineato l’attualità del patto sociale per la convivenza pacifica promosso dalla Conferenza episcopale nazionale del Congo (Cenco) e dalla Chiesa di Cristo in Congo (Ecc), che riunisce le principali confessioni protestanti. L’iniziativa punta a favorire un percorso capace di favorire il confronto tra le diverse parti in conflitto. L’obiettivo è consentire loro di esporre le rispettive rimostranze e di ricostruire la coesione nazionale attorno a un progetto condiviso, anziché a singole personalità politiche.

Il cardinale ha ricordato che a luglio il presidente Felix Tshisekedi aveva rilanciato la proposta di un dialogo nazionale inclusivo. Il processo è tuttavia rimasto bloccato, anche a causa delle condizioni poste per la partecipazione e dei limiti individuati in anticipo sui soggetti ammessi. «Oggi questo dialogo è bloccato – ha affermato Ambongo -, ma devo dirlo chiaramente: senza dialogo non ci sarà pace».

L’arcivescovo ha quindi insistito sulla necessità di coinvolgere nel processo politico anche gli interlocutori considerati nemici. L’esclusione delle parti avversarie rischia infatti di compromettere qualsiasi prospettiva di riconciliazione duratura. «La sola forza militare non porterà la pace in Congo. Solo un processo politico inclusivo può farlo. Un dialogo che esclude coloro con cui siamo in guerra non è un dialogo: è un monologo – ha dichiarato -. Il dialogo è la parola sacra, la parola chiave che può salvarci. Dobbiamo avere il coraggio di portarlo avanti anche con coloro che consideriamo nemici».

La posizione del cardinale si scontra con quella espressa dal presidente Tshisekedi, che ha fissato paletti precisi. Nel discorso alla nazione del 27 agosto, il presidente ha ribadito che il confronto dovrà tenersi sul territorio congolese, sotto la guida delle istituzioni della Repubblica e nel rispetto della Costituzione. Il percorso dovrà iniziare con consultazioni nelle 26 province, per poi culminare in una conferenza nazionale a Kinshasa.

Tshisekedi ha inoltre escluso che il confronto possa mettere in discussione la legittimità delle istituzioni uscite dalle elezioni o diventare uno strumento per legittimare conquiste territoriali ottenute con le armi. «Nessuno può pretendere di sedere al tavolo della Nazione mentre imbraccia le armi contro di essa», ha dichiarato il capo dello Stato, respingendo la possibilità che i gruppi armati utilizzino il principio di inclusività per ottenere riconoscimento attraverso la forza.

Il confronto tra le due posizioni mette in evidenza un nodo centrale per il futuro della Rdc: come conciliare il rispetto dell’ordine costituzionale e il rifiuto della violenza con la necessità di un processo politico ampio, capace di affrontare le cause del conflitto e favorire una pace duratura.

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