«Adam Inghilterra!» Nour chiama l’uomo che ha appena riconosciuto alla stazione di Graz. Ma Adam non si volta. Non riconosce chi lo chiama e non ricorda il proprio soprannome. Nour ha davanti a sè un uomo devastato dall’alcol e dal crack, ridotto a chiedere l’elemosina. Dell’amico che aveva condiviso con lui l’infanzia, la giovinezza e la fuga dal Sudan sono rimasti soltanto i grandi occhi buoni.
Da questa amicizia interrotta Abdelaziz Baraka Sakin costruisce Il corvo che s’innamorò di me (Emuse, 2026, pp144. € 16). Intanto il Sudan è devastato dalla guerra civile ma lo scrittore, originario del Darfur ed esule in Europa, sceglie di non raccontare direttamente il conflitto. La guerra resta sullo sfondo; al centro ci sono le conseguenze dello sradicamento e l’esistenza precaria di chi attraversa la Terra senza riuscire a trovare un luogo in cui ricominciare.
La vicenda di Nour e Adam, separati dopo essere passati per Calais, diventa così più di una storia di migrazione. Baraka Sakin mette in discussione l’idea che talento e volontà siano sufficienti a determinare il proprio destino. Ci sono persone alle quali il mondo offre possibilità e altre alle quali le nega, fino a trasformare un essere umano in un’ombra di sé stesso. La voce narrante è ironica, affabulatoria, sorprendente, capace di passare dalla comicità alla tragedia con naturalezza. Sakin sembra affidarsi alla tradizione orale del griot, ma la sua scrittura è tutt’altro che ingenua: dietro il piacere del racconto c’è uno sguardo lucidissimo sulla condizione umana.
Il risultato è un romanzo che fa male ma non si lascia avvolgere dalla cupezza, che intreccia Paesi distanti, amicizie e perdite attorno al progetto di restare sé stessi, anche quando tutto ciò che ci definiva sembra essere rimasto ancorato a tempi e luoghi perduti.




