di Maria Scaffidi
Nel quadro di una crisi globale degli aiuti, l’analisi di Giovanni Carbone (Ispi) evidenzia l’originalità del modello italiana che tenta di superare la contrapposizione tra mercato e assistenza per integrare investimenti privati e pilastro pubblico
Crisi della cooperazione allo sviluppo? Oppure una ridefinizione del sistema della cooperazione? Il calo degli aiuti da una parte – che è ormai generalizzato – e le spallate con cui Donald Trump ha rimodellato il sistema statunitense, spostandolo da una logica di aiuti pubblici a una logica commerciale, hanno rimesso in discussione il mondo della cooperazione nei termini in cui è andato avanti per decenni. Eppure, scrive Giovanni Carbone in un’analisi pubblicata da Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), tra questi due estremi – il vecchio modello degli aiuti pubblici e la strada trumpiana – l’Italia pur senza sbandierarla sta proponendo una terza strada che è quella riassunta nel Piano Mattei per l’Africa.
«Trade over aid» – scrive Carbone, che è capo del programma Africa di Ispi e docente di scienze politiche all’Università degli Studi di Milano – è la radicalizzazione di qualcosa di già visto: «L’intento americano ripropone nuovamente un equivoco noto, semplice e fuorviante, ovvero che lo sviluppo possa essere demandato quasi integralmente al mercato, sufficiente da solo a combattere e risolvere i nodi di povertà, fragilità, disuguaglianze e insicurezza che ancora tormentano diverse aree del mondo, e in particolare l’Africa subsahariana. Di più, la formulazione scelta dall’amministrazione Usa pretende di mettere completamente in alternativa tra loro investimenti e aiuti, strumenti che, nella realtà, non lo sono».
Sottolineando che per quanto estremi, i tagli americani alla cooperazione allo sviluppo sono tutt’altro che un fenomeno isolato e sono anzi trasversali a diversi Paesi (tra cui Germania, Regno Unito, Giappone e Francia), nella sua analisi Carbone sostiene che se il dibattito e le dinamiche in corso hanno ravvivato la «fuorviante» contrapposizione tra aiuti e investimenti, il Piano Mattei per l’Africa si inserisce in tutto questo in modo più originale e meno polarizzante. «Non aderisce all’idea di un mondo post-aiuti, ma nemmeno difende l’architettura tradizionale della cooperazione come se non ci fosse nulla da cambiare. Benché non lo dichiari in questi termini, esso sceglie piuttosto una sorta di “terza via”: sposta cioè il baricentro verso investimenti e scambi, ma conserva l’aiuto pubblico come modalità di intervento e di relazione».
Una terza via che si manifesta nel fatto stesso che l’Italia «non ha abbracciato la strada dell’aiuto residuale». Mentre molti donatori occidentali tagliano e riprogrammano, almeno per ora Roma – conclude Giovanni Carbone – mantiene un profilo relativamente più stabile, e anzi colloca il Piano Mattei dentro una strategia in cui gli aiuti pubblici allo sviluppo restano un pilastro.
La fiera internazionale della cooperazione Codeway 2026 si inserisce in questo dibattito come sede di confronto tra i diversi attori del sistema, dalle agenzie Onu al settore privato. In programma alla Fiera di Roma dal 13 al 15 maggio, l’evento articolerà attraverso trenta panel tematici l’analisi dei nuovi meccanismi di partenariato e integrazione finanziaria, approfondendo la fattibilità di un modello di cooperazione capace di coniugare obiettivi di sviluppo e logiche di mercato.



