Qual è la situazione del primo gruppo di migranti rimpatriati dagli Stati Uniti nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc), a seguito della firma di un accordo tra i due Paesi? Alcune risposte sono state fornite dall’emittente francese Rfi, che ha incontrato le persone espulse dagli Usa e inviate, almeno temporaneamente in un Paese terzo come la Rdc, essendo il loro ritorno in patria giudicato rischioso.
Il gruppo, che inizialmente doveva contare 30 persone, è composto da 15, attualmente ospitate in un complesso alberghiero vicino alla capitale congolese Kinshasa, dove ricevono assistenza dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim). Questi migranti provengono da Colombia, Perù ed Ecuador e, sebbene all’arrivo sia stato loro concesso un visto di una settimana, ora devono fare una scelta: tornare nel loro Paese d’origine o rimanere in Rdc.
«Quando li abbiamo incontrati, stavano tornando da un incontro con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, una delle loro rare uscite. Ci hanno confidato di non sentirsi molto a loro agio nella Rdc, pur considerando soddisfacenti le loro condizioni di vita», spiegano i reporter di Rfi.
Sotto la garanzia dell’anonimato, la maggior parte dei migranti incontrati racconta la stessa storia: la detenzione nei centri di immigrazione statunitensi, l’annuncio della loro deportazione in Rdc meno di 24 ore prima della partenza, il volo interminabile dalla Lousiana con due scali a Dakar e Accra, l’arrivo nel cuore della notte all’aeroporto di Ndjili nel caldo e nell’umidità congolese, e poi l’alloggio al Venus Village, un hotel che assomiglia a un villaggio turistico, ma dal quale non escono. Sanno poco o nulla del Paese in cui si trovano, tranne che non è molto sicuro, e non parlano la lingua locale.
Stando ancora a quanto racconta Rfi, il gruppo è preoccupato per ciò che accadrà in futuro. Hanno tempo fino a oggi per decidere se rimanere in Africa e presentare domanda di asilo, oppure se optare per il rimpatrio volontario nel loro Paese d’origine. Una procedura che in ogni caso può richiedere diversi mesi.



