di Stefano Pancera
Un rapporto presentato a dicembre al Parlamento del Kenya ufficializza quello che in molti sapevano da tempo: in Kenya esistono almeno 300 gruppi criminali organizzati, di cui circa 130 gang concentrate solo a Nairobi. Ma chi sono i “Goons” ?
Mathare, Kayole, Kibera. Sono i nomi degli slum di Nairobi che ogni keniota conosce, quelli dove la polizia entra con cautela e dove i politici vanno a cercare manovalanza quando hanno bisogno di “sporcarsi le mani” senza compromettersi direttamente.
Lì vivono i goons, giovani della generazione Z, spesso disoccupati, che all’occasione diventano il braccio armato del potere: picchiano, intimidiscono, saccheggiano, trasformano proteste pacifiche dei loro coetanei in guerriglia urbana. Qualche migliaio di scellini in contanti, promesse di protezione o di futuri lavoretti pubblici.
“Quanto vuoi per rompere quella manifestazione?” era uno dei leitmotiv ricorrenti durante le proteste di piazza della scorsa estate a Nairobi.

Un rapporto ufficiale nasce dalla piattaforma di sicurezza promossa dal Ministero dell’Interno Jukwaa la Usalama e presentata in Parlamento all’inizio di dicembre dal presidente William Ruto, frutto di sette mesi di consultazioni svolte in tutte le 47 contee del Kenya tra aprile e ottobre 2025.
Testo che ha ufficializzato quello che in molti sapevano da tempo: in Kenya esistono almeno 300 gruppi criminali organizzati, di cui circa 130 gang concentrate solo a Nairobi. Lo schema è sempre lo stesso: reclutamento nei quartieri popolari, pagamento in contanti o in alcol e droga, copertura da parte di leader locali, promesse mai mantenute di lavoro o protezione.
Il documento descrive le gang dei goons come “adattive”, capaci di passare dalla rapina al narcotraffico fino agli incarichi politici durante elezioni e proteste. Dopo le proteste del giugno 2024 e del giugno 2025 che hanno messo in seria crisi il governo Ruto, arriva dunque un documento ufficiale che certifica l’alleanza tra politica e crimine organizzato in Kenya. Ma la tempistica solleva interrogativi inquietanti: Jukwaa la Usalama rischia di diventare infatti uno strumento perfetto per delegittimare retroattivamente il movimento Gen Z keniota.
La mossa potrebbe essere quella di ammettere un problema reale per usarlo come cortina fumogena e criminalizzare il dissenso genuino. La differenza tra un rapporto che serve a riformare il sistema e uno che serve a perpetuare il potere sta tutta nell’uso che se ne fa. Lo Stato, da un lato, criminalizza apertamente le gang e annuncia “guerre” contro i goons. Dall’altro, le tollera e le usa come strumento informale di gestione dell’ordine, specialmente durante le elezioni o quando bisogna reprimere proteste scomode.
Anche per questo, la narrazione che insiste sul Kenya come “paese delle gang” funziona come dispositivo per delegittimare il dissenso giovanile: se “tutti i giovani sono goons”, allora ogni piazza diventa una minaccia criminale, non un’espressione di cittadinanza.

“Chi sta usando i giovani per causare il caos, sconvolgere i cittadini e mettere a repentaglio la sicurezza nazionale sarà perseguito duramente. Ho incaricato l’ispettore generale di intraprendere un’azione legale decisiva per porre fine a questo scandalo”, ha dichiarato il presidente William Ruto.
Ma quali giovani? L’ambiguità è il punto. La categoria “giovani” nella narrazione diventa una scatola vuota che il potere potrebbe riempire a seconda delle necessità: manifestanti autentici quando serve mostrarsi dialoganti, goons assoldati quando bisogna giustificare la repressione. Questa deliberata confusione permetterebbe al governo di instillare il dubbio: esistono “giovani autentici” e “giovani criminali”, ma la distinzione viene mantenuta volutamente opaca. Risultato: ogni protesta giovanile può essere delegittimata come infiltrata dalle gang, ogni piazza può diventare sospetta, ogni rivendicazione può essere ridotta a manipolazione criminale.
Questa Gen Z, che ha provato, sta provando e proverà a cambiare le regole del gioco, probabilmente dovrà continuare a fare i conti con un sistema che preferisce pagare i suoi figli per tentare di zittirla, piuttosto che ascoltarla.

In realtà non è affatto il movimento espresso da questa generazione giovanile a cooptare al suo interno alcune gang di coetanei, ma sono settori della politica e della sicurezza a usare i goons contro il movimento giovanile.
Un’inchiesta del Washington Post firmata da Katharine Houreld racconta proprio di due amici d’infanzia: uno che diventa manifestante Gen Z, l’altro reclutato come goon per “monitorare” e intimidire i cortei.
Durante una giornata di protesta particolarmente violenta, i due finiscono letteralmente su lati opposti: uno in mezzo ai manifestanti che affrontano polizia e gas lacrimogeni, l’altro tra i gruppi che pattugliano e saccheggiano per screditare le marce. Due biografie intrecciate per mostrare che si tratta della stessa generazione: la stessa povertà, la stessa rabbia, la stessa città, ma con destini opposti.
Nel caos, entrambi finiscono a terra. Nella mischia non c’è più distinzione, solo corpi di giovani e sirene che urlano.



