24/01/14 – Sud Sudan – Il petrolio e le ragioni dell’intervento ugandese

di AFRICA

 

“L’intervento ugandese ha messo i ribelli nell’angolo” dice alla MISNA padre Sebhat Ayele, direttore a Kampala della rivista Leadership, all’indomani dell’accordo di cessate-il-fuoco tra il governo di Juba e il fronte legato all’ex vice-presidente Riek Machar.

Se l’intesa reggerà alla prova dei fatti è da vedere. Un portavoce dei ribelli ha denunciato violazioni che oggi sarebbero state commesse dall’esercito in diverse regioni. Di certo l’intesa è stata però sottoscritta pochi giorni dopo la riconquista di Bor e di Malakal, importanti centri urbani che erano passati sotto il controllo degli uomini di Machar.

Per l’avanzata l’intervento di Kampala è stato decisivo. “Il battaglione inviato dall’Uganda – sottolinea padre Ayele – ha a disposizione mezzi di artiglieria pesante ed è sostenuto da elicotteri da guerra che nel contesto sud-sudanese fanno la differenza”. Secondo il colonnello Felix Kulayigye, un commissario politico dell’esercito ugandese, i militari di Kampala hanno “messo in sicurezza” l’aeroporto di Juba pochi giorni dopo il presunto tentativo di golpe denunciato dal presidente Salva Kiir il 15 dicembre. “In Sud Sudan – sottolinea l’ufficiale – nessuno ha fatto quello che ha fatto l’Uganda”.

Non sorprende allora che una delle richieste dei ribelli, sulla quale per altro l’accordo di cessate-il-fuoco tace, sia proprio il ritiro del contingente di Kampala. “L’intervento ugandese è stato inizialmente motivato con l’esigenza di proteggere i cittadini ugandesi e favorirne il rimpatrio – sottolinea padre Ayele – ma con il passare dei giorni è apparso chiaro che le cose stavano diversamente”. A scoprire le carte è stato lo stesso Yoweri Museveni. Annunciando, la settimana scorsa, che i militari ugandesi avevano partecipato a “una grande battaglia” al fianco dell’esercito di Juba. Ufficiali di Kampala hanno poi confermato la partecipazione ugandese all’offensiva culminata nella riconquista di Bor, seguita di pochi giorni dalla presa di Malakal.

Di “un ruolo decisivo di Kampala su un piano militare” dice alla MISNA anche Petrus de Kock, analista di questioni strategiche per vari think tank dell’area sub-sahariana, tra i quali l’Istituto sudafricano per gli affari internazionali (Saiia). Secondo la sua interpretazione, i ribelli non avrebbero avuto di fatto alternative alla tregua. La pressione su di loro era forte. Perché in gioco non c’è solo il potere politico a Juba ma il controllo dei pozzi di petrolio, la grande risorsa del Sud Sudan, concentrata proprio nelle zone dove i combattimenti sono stati più intensi.

Secondo il direttore di Leadership, “l’Uganda ha bisogno di un Sud Sudan stabile per via di legami economici e commerciali sempre più intensi”. Le voci sono diverse ma la parola chiave è petrolio, una risorsa della quale il Sud Sudan è ricco come nessun altro paese dell’area. E della quale l’Uganda vuole diventare una sorta di ‘hub’ regionale. Anche attraverso la costruzione di un oleodotto che, raggiungendo il porto keniano di Lamu, potrebbe aprire un corridoio strategico per tutta l’Africa orientale.

Secondo padre Ayele, in effetti, pur nella sua unilateralità l’intervento di Kampala ha interpretato esigenze condivise da altre capitali della regione. Il sostegno a Kiir si spiegherebbe con il fatto che il Sud Sudan ha troppi pozzi di petrolio “per esser lasciato nel caos”. E’ nato da qui il negoziato promosso dall’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad), un organismo che rappresenta sette paesi dell’Africa orientale. Ed è stato proprio questo negoziato, dopo i colpi di artiglieria ugandesi, a portare a un accordo di cessate-il-fuoco. – Misna

 

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