Egitto, prima condanna per infibulazione

di Paolo Costantini
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donneinfibulazioniSi chiama Raslan Fadl e, fino alla settimana scorsa, lavorava come medico in una clinica a Mansoura, nella regione del Delta del Nilo in Egitto. Lunedì scorso (ma la notizia è stata diffusa solo ieri) è stato condannato a due anni di carcere e ai lavori forzati per la morte di una ragazza di 13 anni alla quale aveva praticato le mutilazioni genitali femminili. Anche il padre della giovane è stato condannato a tre mesi di carcere (pena sospesa) per aver voluto che la figlia si sottoponesse all’infibulazione.

La sentenza è storica perché, per la prima volta, un medico e un padre sono stati condannati, sebbene con pene lievi, per le mutilazioni genitali femminili. Questa pratica antichissima, precedente all’avvento dell’Islam (al quale è erroneamente associata), è molto diffusa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che l’abbiano subita 130 milioni di donne nel mondo e che 3 milioni di bambine siano a rischio ogni anno.  L’area più colpita è l’Africa subsahariana, ma anche in Egitto è molto diffusa. Qui, secondo l’ufficio nazionale di statistica, il 90% delle donne con più di 14 anni ha subito il doloroso intervento che prevede la rescissione di parte dell’organo sessuale femminile e la cucitura parziale della vagina. Solo dal 2008 esiste una legge che in modo inequivocabile condanna le mutilazioni, norma approvata dopo la morte di una bambina a Minya nel 2007. Ed è proprio in forza di questa legge che il dottor Raslan Fadl è stato condannato.

Anche se, per la verità, l’iter processuale è stato tutt’altro che lineare. In primo grado infatti erano stati assolti sia il medico sia il padre. La sentenza aveva destato scalpore e le forti proteste delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani. In secondo grado però la corte ha ribaltato il verdetto con la condanna di entrambi.

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