Tunisia: crisi politica, zone grigie e scenari futuri

di Valentina Milani

La decisione presa domenica sera dal capo di Stato tunisino Kais Saied di sospendere il parlamento e sciogliere il governo è basata e giustificata, secondo le sue stesse dichiarazioni, dall’articolo 80 della Costituzione che prevede che “in caso di pericolo imminente per la Nazione, la sicurezza o l’indipendenza del Paese, che ostacoli il regolare funzionamento dei poteri pubblici, il presidente della Repubblica può decidere di adottare le misure richieste dalle circostanze eccezionali”. Una mossa definita un “colpo di Stato” dall’attuale presidente del Parlamento, Rachid Ghannouchi, e che, effettivamente, “mostra non poche zone grigie”, ha sottolineato Roberta La Fortezza, analista per la regione Mena (Medio Oriente e Nord Africa) per Ifi Security, intervistata da Africa Rivista.

Innanzitutto, come spiega l’analista, il primo punto sul quale si possono innestare i dubbi di coloro che non appoggiano questo colpo di mano di Saied risiede nel processo di comunicazione relativo all’articolo 80: “il presidente deve dare comunicazione di attivazione al primo ministro e al capo del parlamento e poi notifica alla Corte costituzionale”. Secondo quanto dichiarato dallo stesso presidente sarebbero state rispettate tali previsioni costituzionali ma, al contrario, Rached Ghannouchi, leader del partito Ennahdha e attuale presidente del Parlamento tunisino, ha smentito quanto affermato da Saied, dichiarando di non aver avuto alcuna comunicazione preventiva dal capo dello Stato. Inoltre, rimane dubbia la ricezione di tale avviso da parte del primo ministro, Hichem Mechici, che, ricorda La Fortezza, la sera del 25 luglio è risultato irreperibile.

La seconda zona grigia messa in luce dalla ricercatrice riguarda il fatto che l’articolo 80 prevede che al trentesimo giorno dall’attivazione di questa sorta di stato d’emergenza la Corte costituzionale debba valutare se sussistono ancora i presupposti per parlare di “pericolo imminente”. Ma “il garante della Costituzione tunisina è nella sostanza lo stesso presidente della Repubblica, mancando ad oggi nel Paese una Corte costituzionale, mai istituita a causa dei dissidi politici interni”, precisa l’analista.

Il terzo punto dubbio riguarda le misure che è possibile intraprendere nel contesto giuridico di attivazione delle clausole dell’articolo 80: “quest’ultimo infatti non dettaglia le misure eccezionali che possono essere adottate, lasciando dunque a decisioni unilaterali della presidenza la definizione di tali misure nel concreto”, spiega La Fortezza precisando che “lo stesso annuncio di Saied la sera del 25 luglio non ha reso note nel dettaglio le misure che saranno intraprese nel nuovo contesto di eccezionalità giuridica”.

Secondo La Fortezza, su tutti questi elementi si andranno ad istaurare i possibili scenari futuri, e sono proprio queste zone grigie che hanno portato Ghannouchi a parlare di “colpo di Stato”.

A proposito di scenari futuri, l’analista per la regione Mena di Ifi Security, sostiene che è “troppo presto per fare previsioni. Anche se la decisione di far venire meno l’immunità parlamentare e di sospendere due ministri chiave come quello della Giustizia e della Difesa, fanno pensare che i margini per una deriva della situazione ci siano”. In ogni caso – precisa la ricercatrice – “se Saied nominerà un capo di governo, se gestirà i ministeri in modo favorevole ad Ennahdha e se dovesse emanare il decreto contenente le nuove misure in tempi brevi, la situazione potrebbe non degenerare”. Il momento cruciale rimane lo scadere dei 30 giorni.

Un altro elemento determinante da tenere in considerazione è la popolazione e il suo eventuale appoggio o meno alle decisioni di Saied. “Una parte dei tunisini lo sta appoggiando e continuerà a farlo finché la sua azione non assumerà le forme – se succederà – di una deriva autoritaria. A quel punto la popolazione si stancherà”.

Una possibilità non troppo remota se si considera il contesto di malcontento socio-economico che si sta registrando in Tunisia.  “La rivoluzione del 2011 ha creato speranza nella popolazione. Negli ultimi 10 anni ci sono stati margini di miglioramento, di processo di democratizzazione e ristrutturazione delle istituzioni”, ricorda La Fortezza sottolineando però le zone d’ombra che sono rimaste e che, per la popolazione tunisina, rimangono contraddittorie. “Di fatto il sistema di potere è rimasto immutato e basato su meccanismi di nepotismo e corruzione”. Ma gli aspetti più evidenti del mancato cambiamento sono quelli economici e sociali. “Basti pensare – precisa l’analista – che sebbene nel 2019 la Tunisia abbia registrato una crescita del Pil dell’1,5%, permangono importanti criticità macroeconomiche soprattutto con riferimento al tasso di disoccupazione attualmente superiore al 18% e che raggiunge il 36% se si considera soltanto la disoccupazione giovanile”. Una situazione che è stata aggravata dalla pandemia da covid-19: “Non a caso a febbraio 2021 la popolazione tunisina ha ricominciato a scendere in piazza in modo più partecipato anche contro la gestione della pandemia”.

Così, “proprio nell’anno in cui ricorrono i dieci anni delle Primavere arabe il Paese da cui quella rivoluzione è partita oggi ricomincia a mostrare una forte crisi economica, politica e istituzionale”, conclude la ricercatrice.

(Valentina Giulia Milani)

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