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Edizione del 27/09/2026

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Rivista Africa
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Tag:

povertà

    Un uomo anziano cammina in un vicolo in Tunisia
    FOCUS

    Il grido della Tunisia contro il baratro sociale e democratico

    di Tommaso Meo 9 Settembre 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    Sindacati, avvocati e lega dei diritti umani uniscono le forze contro la miseria e la repressione, mentre la stampa locale avverte del rischio di paralisi

    di Céline Camoin

    Tre organizzazioni non governative tunisine hanno lanciato un allarme, convinte che la Tunisia stia attraversando una profonda crisi politica, economica e sociale «conseguenza di scelte e politiche che si sono dimostrate incapaci di affrontare le crisi accumulate».

    In un’uscita congiunta, l’Unione Generale del Lavoro Tunisina (Ugtt), l’Ordine degli Avvocati della Tunisia e la Lega Tunisina per la Difesa dei Diritti Umani (Ltdh) puntano il dito contro decisioni che hanno «contribuito ad aggravare le sofferenze dei tunisini, indebolendone il potere d’acquisto e ampliando il circolo vizioso della povertà, della disoccupazione e della vulnerabilità, erodendo così la fiducia dei cittadini nelle istituzioni statali e nella loro capacità di rispondere alle loro legittime richieste».

    Il Paese, dicono le tre ong, sta inoltre assistendo a un grave declino dei diritti e delle libertà e a una continua repressione delle attività politiche, sindacali e della società civile. A ciò si aggiunge la crescente manipolazione politica della magistratura, che mina la sua indipendenza, la certezza di un giusto processo e i diritti della difesa. Questo fenomeno colpisce una delle più importanti garanzie per i cittadini e minaccia le fondamenta dello stato di diritto e delle istituzioni. Inoltre, le carceri e i centri di detenzione presentano condizioni che non rispettano i requisiti di dignità umana e gli standard internazionali. Allo stesso modo, il Paese sta assistendo a un declino della libertà di stampa, a una repressione delle voci indipendenti, a restrizioni per i giornalisti e a crescenti tentativi di controllo dei media.

    «Le crisi legate alla carenza di acqua ed elettricità, alla scarsità di medicinali e beni di prima necessità e all’impennata dei prezzi non sono più semplici difficoltà temporanee. Hanno un impatto diretto sulla vita quotidiana e sulla dignità dei tunisini, esacerbando le loro sofferenze e acuendo il loro senso di disperazione», aggiungono.

    Inoltre, la tragica morte per annegamento di alcuni giovani al largo di Ben Guerdane, e altre simili tragedie che l’hanno preceduta, confermano che la migrazione irregolare non è semplicemente una questione di sicurezza, «ma una diretta conseguenza della disperazione, della mancanza di opportunità e della scarsa speranza per il futuro. Ciò impone alle autorità la piena responsabilità politica e sociale di affrontare le cause profonde del fenomeno, e non solo di trattarne i sintomi».

    Dure le accuse nei confronti delle autorità: «Hanno la piena responsabilità politica delle loro scelte, decisioni e delle loro conseguenze, dopo cinque anni di gestione degli affari pubblici al di fuori del quadro del dialogo e della partecipazione, in un clima di trasparenza, occultamento dei dati e soppressione di ogni voce dissenziente. La Tunisia non può essere governata dalla negazione, dal silenzio o da una sola voce, né le crisi possono essere affrontate escludendo la società e le sue forze vitali. L’unica via d’uscita dalla situazione attuale passa attraverso una revisione completa delle scelte economiche, sociali e politiche che si sono dimostrate inefficaci, e aprendo un serio percorso di dialogo sociale che conduca a soluzioni economiche, sociali e politiche capaci di salvare il Paese, preservarne l’unità, proteggere i diritti e le libertà e restituire fiducia e speranza ai tunisini».

    Le tre organizzazioni annunciano l’avvio di un quadro di coordinamento congiunto per la Tunisia e i tunisini, aperto a tutte le forze attive e democratiche e a tutti gli attori nazionali al fine di collaborare per aprire un nuovo orizzonte che restituisca valore al dialogo e alla partecipazione, tuteli il futuro delle generazioni a venire e preservi l’unità, la posizione e la dignità della Tunisia.

    In un corsivo che analizza questo grido d’allarme, Abdelwaheb Ben Moussa, sulle pagine dell’Economiste maghrébin, teme le conseguenze di un approccio collettivo, «poiché andare oltre il semplice allarme potrebbe contribuire ad esacerbare la polarizzazione da cui il Paese sta cercando di sottrarsi». Secondo l’autore, «la gravità di alcune di queste problematiche è innegabile. Una democrazia ha bisogno di un sistema di controlli ed equilibri in grado di lanciare l’allarme. Il diritto di criticare, mobilitarsi e difendere le libertà non può essere subordinato all’approvazione di chi è al potere. Proprio perché le loro voci contano, queste organizzazioni hanno anche una responsabilità particolare nel modo in cui formulano la loro diagnosi e sviluppano le loro azioni. Lanciare l’allarme è legittimo, ma l’escalation non lo è necessariamente».

    La creazione di un quadro di coordinamento comune, secondo Ben Moussa conferisce a questa iniziativa una nuova dimensione politica. «L’Ugtt, l’Ordine degli Avvocati e la Ltdh non condividono le stesse missioni, responsabilità o metodi di intervento. La loro convergenza può naturalmente arricchire il dibattito pubblico. Tuttavia, può anche essere percepita come la formazione di un fronte istituzionale contro il governo». «In politica, la percezione conta tanto quanto l’intenzione. Ciò non significa ovviamente che le tre organizzazioni debbano rinunciare alla libertà di critica o alla capacità di mobilitazione. Significa che devono valutare il potenziale costo di un’ulteriore polarizzazione in una società già segnata da una forte sfiducia nelle istituzioni».

    L’analista fa notare che la fiducia nelle istituzioni non è solo una questione politica. «È diventata una variabile economica. Investimenti, innovazione, creazione di posti di lavoro e attuazione delle riforme richiedono un minimo di prevedibilità. Gli attori economici possono accettare l’incertezza insita in qualsiasi periodo di trasformazione. Tollerano molto meno bene l’incertezza istituzionale persistente, quella che trasforma ogni riforma in un nuovo conflitto e ogni decisione in una nuova lotta di potere. È proprio a questo livello che la questione assume una valenza strategica per il Piano 2026-2030».

    Secondo Ben Moussa, sarebbe controproducente per il governo rispondere a questa iniziativa con una contro-escalation, così come lo sarebbe per le organizzazioni firmatarie considerare l’escalation come fine a se stessa.

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