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Edizione del 11/10/2026

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Rivista Africa
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Tag:

mercenari

    FOCUS

    Il business globale della guerra in Sudan

    di Tommaso Meo 8 Settembre 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    Un’indagine delle Nazioni Unite ricostruisce le catene d’approvvigionamento che collegano America Latina, Medio Oriente e Africa ai fronti di guerra

    di Valentina Giulia Milani

    Fino a 2.000 ex militari colombiani impiegati al fianco delle Forze di supporto rapido (Rsf), reti internazionali per trasferire uomini, armi e tecnologie militari, droni di provenienza straniera capaci di colpire a centinaia di chilometri dal fronte. La guerra in Sudan ha assunto una dimensione sempre più transnazionale e il sostegno proveniente dall’estero sta aumentando le capacità militari delle parti in conflitto, mentre a pagarne il prezzo sono soprattutto i civili.

    È il quadro che emerge dal rapporto “Fuelling Sudan’s conflict: weapons, fighters and external support networks” della Missione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite per il Sudan. Il documento ricostruisce le reti esterne che alimentano il conflitto iniziato nell’aprile 2023 tra le Forze armate sudanesi guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan e le Rsf di Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti.

    Secondo la missione, soggetti transnazionali che operano in diversi Paesi hanno reclutato, addestrato e dispiegato personale straniero a sostegno delle Rsf, facilitando contemporaneamente il trasferimento di armi, munizioni, tecnologia militare e assistenza logistica. Il rapporto non si limita quindi a descrivere singole forniture: delinea l’esistenza di vere e proprie catene internazionali capaci di sostenere nel tempo lo sforzo bellico.

    Il ruolo dei mercenari e gli snodi regionali

    Uno degli elementi più significativi riguarda la presenza di ex militari colombiani. La missione ha documentato il dispiegamento di un massimo di 2.000 ex soldati colombiani impiegati al fianco delle Rsf in Darfur e Kordofan. Non si tratterebbe soltanto di uomini destinati a rafforzare le truppe sul terreno: secondo il rapporto, i colombiani hanno utilizzato direttamente droni da combattimento, artiglieria e armamenti avanzati.

    La missione ritiene inoltre che vi siano ragionevoli motivi per credere che società private, intermediari logistici e reclutatori operanti da diversi Paesi, tra cui Colombia ed Emirati Arabi Uniti, abbiano utilizzato una serie di snodi regionali per trasferire personale, addestramento, armi e sostegno logistico alle Rsf. Tra questi vengono indicati il Ciad, il sud-est della Libia e Bosaso, in Somalia.

    «Abbiamo trovato una catena transnazionale di reti che attraversa diversi Paesi e che ha fornito alle Rsf personale straniero, addestramento, armi e logistica», ha spiegato Mona Rishmawi, componente della missione. Secondo l’esperta, questo sostegno ha contribuito alle operazioni delle Rsf nel campo di Zamzam e successivamente durante la conquista di El-Fasher, dove gli investigatori delle Nazioni Unite hanno documentato gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario e crimini internazionali, comprese condotte che, secondo la missione, presentano caratteristiche riconducibili al genocidio.

    Il salto di qualità dei bombardamenti

    Il rapporto mette in evidenza soprattutto il salto tecnologico compiuto nella guerra sudanese. I fornitori stranieri avrebbero rafforzato in maniera sostanziale le capacità nell’impiego di droni sia delle Rsf sia delle Forze armate sudanesi, permettendo loro di colpire molto oltre le tradizionali linee del fronte.

    Anche le forze armate governative avrebbero beneficiato di tecnologia proveniente dall’estero. La missione afferma di avere ragionevoli motivi per ritenere che abbiano utilizzato droni di provenienza straniera in operazioni che hanno colpito civili e infrastrutture civili.

    Gli effetti sono documentati attraverso alcuni degli attacchi più sanguinosi. A Kalogi, nel Kordofan meridionale, attacchi con droni delle Rsf hanno provocato 114 morti, tra cui circa 60 bambini. Ad Ad-Da’ein, nel Darfur orientale, attacchi delle Forze armate sudanesi hanno invece ucciso almeno 70 persone e distrutto un importante ospedale.

    A El-Obeid, nel Kordofan settentrionale, tra luglio e agosto 2026 ripetuti attacchi con droni delle Rsf hanno progressivamente compromesso infrastrutture essenziali di una città già sottoposta a fortissime pressioni e a un assedio parziale. Elettricità, carburante e altre infrastrutture sono state ripetutamente colpite, aggravando le difficoltà nell’accesso all’acqua, alle cure sanitarie e ai trasporti e limitando ulteriormente gli spostamenti della popolazione.

    L‘appello all’Onu per l’embargo

    La missione ritiene che questi attacchi costituiscano gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario e che alcune condotte possano configurare crimini di guerra.

    È proprio su questo punto che il rapporto allarga lo sguardo oltre i responsabili materiali degli attacchi. Per gli investigatori delle Nazioni Unite, continuare a fornire sostegno militare nonostante le violazioni ampiamente documentate pone seri interrogativi sotto il profilo del diritto internazionale. «La responsabilità non può fermarsi a chi compie gli attacchi», ha osservato Joy Ngozi Ezeilo, componente della missione. Secondo Ezeilo deve essere indagata «l’intera catena di responsabilità», comprendendo chi ordina, finanzia, rifornisce o facilita in altro modo la commissione di crimini internazionali.

    Gli Stati collegati alle catene di approvvigionamento, sottolinea il rapporto, hanno l’obbligo di indagare e fermare le reti illecite di mercenari e di forniture che operano sul proprio territorio o lo utilizzano come punto di transito. La missione chiede inoltre agli Stati di bloccare i trasferimenti militari quando esiste un rischio sostanziale che possano contribuire a gravi violazioni. La richiesta alle Nazioni Unite è altrettanto netta: applicare pienamente l’embargo sulle armi già previsto per il Darfur ed estenderlo all’intero Sudan.

    Il quadro delineato dalla missione mostra così un conflitto che, pur restando profondamente radicato nella crisi politica e militare sudanese, dispone ormai di reti di sostegno che attraversano Africa, Medio Oriente e America Latina. Uomini, armi, droni, competenze e logistica possono percorrere migliaia di chilometri prima di arrivare sui fronti del Darfur o del Kordofan.

    «Questo sostegno esterno non ha portato una maggiore protezione dei civili», ha sintetizzato Mohamed Chande Othman, presidente della missione. Sono invece i civili, ha ricordato, a pagarne il prezzo negli attacchi contro case, ospedali, scuole, mercati e luoghi di rifugio. Ed è proprio questa dimensione transnazionale a rendere la guerra sudanese non soltanto una crisi interna, ma una questione di responsabilità internazionale.

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    8 Settembre 2026 0 commentI
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