di Andrea Spinelli Barrile
Kigali integra l’intelligenza artificiale nel sistema sanitario per abbattere le barriere linguistiche. Una rivoluzione digitale che parte dalle radici comunitarie per sfidare i giganti del Big Tech
Alla fine del genocidio, nel 1994, il Ruanda si trovava dilaniato e con un sistema sanitario devastato, con infrastrutture minime e una quasi assenza di professionisti medici. Oggi, grazie a investimenti strategici e all’innovazione, la situazione sembra essersi totalmente ribaltata: il Paese ha raggiunto la copertura sanitaria universale e rafforzato il proprio personale sanitario, in particolare attraverso il modello degli «operatori sanitari di comunità».
La sanità ruandese non è risorta dalle proprie ceneri, si è letteralmente costruita da zero lanciando il Paese verso il futuro. Il sistema sanitario oggi è un’eccellenza nel continente, seppure abbia ancora sfide importanti da affrontare, soprattutto per quanto riguarda la fornitura di competenze cliniche avanzate agli operatori in prima linea. Un ostacolo che il Paese sta tentando di superare offrendo una soluzione tipicamente ruandese e africana.
La diagnosi corretta in lingua madre
Kigali sta infatti integrando strumenti di supporto decisionale basati sull’intelligenza artificiale, in collaborazione con Digital Umuganda, una società di intelligenza artificiale con sede nel Paese africano che si occupa di colmare il divario linguistico digitale per le lingue africane. Digital Umuganda infatti sta lavorando a modelli linguistici locali addestrati in kinyarwanda, la prima lingua del Paese, che contribuiscono alla diagnosi delle malattie, aumentando l’accuratezza dall’8% al 71%.
Il nome Digital Umuganda arriva direttamente dalla tradizione ruandese dell’Umuganda (il lavoro comunitario mensile) e riflette l’idea di un contributo collettivo per un bene comune. Il loro progetto più noto riguarda la raccolta di dati vocali per addestrare modelli di riconoscimento vocale (Stt – Speech-to-Text) per lingue che spesso vengono ignorate dai colossi tecnologici come Google o Apple: kiswahili, kinyarwanda, luganda ed altre lingue dell’Africa orientale, ma non solo, vengono parlate da milioni, spesso centinaia di milioni, di persone ma spesso ignorate dal Big Tech globale. Ma se Maometto non va alla montagna allora è il caso di fare il contrario: gli sviluppatori di Digital Umuganda hanno collaborato attivamente al progetto Common Voice di Mozilla, mobilitando le comunità locali per «donare la propria voce» registrando frasi nelle lingue native per creare database aperti. Ma non solo: con il lancio di Waxal (un nuovo dataset aperto progettato per supportare lo sviluppo di tecnologie vocali inclusive in 21 lingue africane) da parte di Google, le realtà digitali africane possono fare il salto di qualità che meritano.
Waxal, il cui nome deriva dalla parola wolof che significa «parlare», si propone di affrontare la scarsità di dati che storicamente ha limitato la rappresentazione delle lingue africane nei modelli di intelligenza artificiale: contiene oltre 11.000 ore di dati vocali, ricavati da quasi due milioni di registrazioni individuali, include lingue che spaziano dall’Acholi e dall’Hausa al Luganda e allo Yoruba, tra le altre. L’iniziativa mira a migliorare le prestazioni e l’inclusività dei sistemi di riconoscimento vocale, contribuendo al contempo alla conservazione digitale del patrimonio linguistico africano. Questo progetto di Google è stato sviluppato in collaborazione con l’Università Makerere in Uganda, l’Università del Ghana e proprio con Digital Umuganda in Ruanda. Attraverso queste partnership, Google mira a promuovere l’innovazione nella tecnologia vocale e ad ampliare l’accesso agli strumenti di intelligenza artificiale per le comunità di tutto il continente.
Sovranità digitale contro il divario globale
L’obiettivo di realtà come Digital Umuganda è permettere a chi non parla inglese o francese di accedere ai servizi digitali, alla sanità o all’informazione usando semplicemente la propria voce nella propria lingua madre, ragion per cui non si limitano al mercato ruandese ma puntano a creare strumenti che permettano a sviluppatori di tutto il continente di costruire applicazioni (chatbot, assistenti vocali, traduttori) basate su lingue africane. Sono tutti sforzi volti a migliorare la diversità nei modelli di intelligenza artificiale e a garantire che le tecnologie emergenti riflettano la ricchezza linguistica e culturale delle regioni in cui operano.
Il Ruanda, grazie a Digital Umuganda e ad altre realtà simili, sta ora estendendo le sue capacità di intelligenza artificiale generativa a settori come l’agricoltura e l’e-government, un approccio che dimostra che le soluzioni basate sull’Ia possono essere inclusive, scalabili ed efficaci nell’affrontare le sfide globali.


