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Il nostro reporter Raffaele Masto ci ha lasciati il 28 marzo, stroncato dal coronavirus. È stato tra i più acuti osservatori e lucidi narratori del continente africano. Per oltre vent’anni sulle pagine della nostra rivista ha raccontato guerre, crisi umanitarie, rivoluzioni, svolte democratiche… i maggiori eventi della storia contemporanea.  A un mese dalla sua scomparsa, pubblichiamo un ricordo personale del direttore editoriale di Africa. 

Se chiudo gli occhi, ti vedo seduto di fronte a me, al tavolo di quel bar di Milano, quello che chiamavi «il nostro ufficio», dove passavamo le giornate a parlare, incuranti del tempo e della confusione. Ti vedo mentre tiri fuori dalla tua inseparabile valigetta i libri appena acquistati, che divoravi e che mi regalavi, rimproverandomi poi se tardavo a finirli.

Ti vedo mentre consulti con aria smarrita la tua agenda scarabocchiata di appunti, gonfia di appuntamenti, decine di conferenze da tenere in ogni dove, stuoli di giovani da incontrare a cui dispensavi preziosi consigli, perché non sapevi mai dire di no, e non chiedevi mai nulla in cambio. Neanche a me, che pure avevo la fortuna di ascoltarti ogni giorno. Ascoltavo le tue analisi lucide, le tue riflessioni mai banali, i tuoi racconti appassionati, le nuove idee da trasformare in progetti comuni. E mai avrei voluto spezzare l’incantesimo delle tue parole.

Se chiudo gli occhi, ti vedo nel 1993 a Mogadiscio, mentre intervisti sotto le bombe il generale Mohammed Farah Aidid, signore della guerra somala, l’uomo più ricercato al mondo, introvabile per i marines americani, ma non per te. Ti vedo nel 1994 a Kigali, tra i primi giornalisti a documentare l’orrore del genocidio, mentre cammini tra miriadi di cadaveri smembrati dal machete, fatichi a respirare perché l’odore della morte ti resta appiccicato addosso e sai già che non riuscirai a liberartene.

Ti vedo nel 1997 a Kinshasa mentre entri nel palazzo presidenziale di Mobutu Sese Seko, padrone dello Zaire appena caduto in disgrazia, e tra calcinacci e vetri in frantumi raccogli brandelli di documenti per i tuoi reportage, mentre tutt’attorno i ribelli saccheggiano e devastano la reggia del feroce dittatore. Ti vedo nel 2000 al confine tra Eritrea ed Etiopia, mentre arranchi sull’altopiano assolato e cerchi di non inciampare nelle trincee colme di corpi esanimi, centinaia di ragazzini caduti in battaglia, e ti senti ancora una volta mancare perché sei incapace di assuefarti all’abisso umano. Ti vedo nel 2002 nel cuore della Nigeria, in un villaggio inondato di sabbia e di sole, mentre all’ombra di una capanna conversi con Safiya, una donna condannata a morte per adulterio, scampata per un soffio alla lapidazione, su cui scriverai un bellissimo libro che l’aiuterà a salvarsi dall’inferno in cui è precipitata.

Se chiudo gli occhi ti vedo assieme a me in Africa: siamo abbarbicati su una piattaforma di legno in cima a un albero in Camerun, esausti dopo una giornata di lavoro, eppure insonni, incantati dal cielo stellato e intimoriti dalla foresta brulicante. Restiamo a parlare fino allo sfinimento di politica, di viaggi e di amore.

Vedo noi due in una chiesa di lamiere zeppa di fedeli infervorati alla periferia di Maputo, in Mozambico, davanti un pastore esorcista in trance che impone le sue mani sulle nostre teste, brandisce la Bibbia come un feticcio e ci urla in faccia la sua benedizione. Vedo noi due aggrappati a una piroga in Burundi, avvolti nel buio del Lago Kivu, mentre imprechi contro di me perché ho avuto l’insana idea di documentare la pesca notturna delle sardine e tu non sopporti l’acqua, ma hai voluto comunque accompagnarmi per non lasciami solo.

Vedo noi due nel Delta del fiume Niger, ancora sopra una canoa traballante, entrambi con il cuore in gola perché la zona è infestata di ribelli e la nostra guardia armata è fradicia di sudore e di apprensione. Vedo noi due circondati di bambini festanti in una baraccopoli, tanto numerosi ed eccitati da impedirmi di fotografare, allora li chiami tutti attorno a te, per distrarli improvvisi dei giochi ma sei impacciato e buffo, così finisci per essere tu il vero divertimento. Vedo noi due in motorino che sfrecciamo su una pista di sabbia rossa, sobbalziamo e ridiamo pazzi di gioia, l’aria calda sul volto, e ci sembra di volare.

Se chiudo gli occhi, sei ancora con me. Vedo il tuo sguardo curioso e luccicante, il tuo sorriso affettuoso e sornione. Sento la tua voce calda e pacata che mi parla di nuove avventure da affrontare assieme. Riaprire gli occhi mi costa fatica e fa molto male. Il tempo asciugherà le lacrime che oggi offuscano la vista. Allora tornerò a guardare l’Africa anche con i tuoi.

(Marco Trovato)

La Rivista Africa rende omaggio a  Raffaele Masto pubblicando sul numero di maggio-giugno un ampio servizio, “L’Africa di Raffa”, con testo del suo indimenticabile reporter. Gli abbonati lo riceveranno prossimamente in formato cartaceo e digitale. Per abbonarsi clicca qui

I SUOI LIBRI
Giornalista della rivista Africa e di Radio Popolare di Milano, curatore del blog Buongiorno Africa, Raffaele Masto, morto all’età di 66 anni, ha pubblicato diversi libri, tutti tradotti in diverse lingue: In Africa (Sperling & Kupfer, 2003); L’Africa del tesoro (Sperling & Kupfer, 2007); Io, Safiya (con Safiya Hussaini, Sperling & Kupfer, 2003; riedito come Lapidate Safiya dalla rivista Africa, 2015); Libera (con Feven Abreha Tekle, Sperling & Kupfer, 2005); La scelta di Said. Storia di un kamikaze (Sperling & Kupfer, 2008); Buongiorno Africa (Bruno Mondadori, 2011); Dal vostro inviato in Sud Sudan (Radio Popolare, 2014); Africa (Tam, 2016); Il Califfato nero (Laterza, 2016); La variabile africana (Egea, 2019). Prossimamente uscirà Mal d’Africa (Rosenberg & Sellier), scritto a due mani con il giornalista Angelo Ferrari.

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