Per capire le violenze in Tanzania ascoltiamo gli attivisti

di claudia

In assenza di media liberi e in attesa che sia ripristinato internet per poter parlare con gli attivisti tanzaniani, è utile guardare al Kenya per poter intendere meglio cosa sta accadendo in Tanzania, dove ieri mattina Samia Suluhu Hassan è ufficialmente entrata in carica dopo le elezioni del 29 ottobre.

Durante la cerimonia di insediamento, la presidente tanzaniana ha manifestato la sua disponibilità a “proteggere, difendere e onorare” la Costituzione tanzaniana e a guidare il Paese nel rispetto della legge fondamentale della Repubblica. Nelle ore precedenti, si era limitata a bollare le proteste esplose dopo il voto come “antipatriottiche”, rivendicando il suo 97% (e più) di voti ottenuti alle urne.

Sono diversi i presidenti, africani e non solo, ad essersi già congratulati con Samia Suluhu Hassan. Tra questi vale la pena leggere le dichiarazioni del suo collega keniano William Ruto, che da più di due anni convive con proteste di piazza, massicce e spesso violente, che ne mettono alla prova la fragilità politica. Nel congratularsi con la presidente tanzaniana per la sua rielezione, con una nota ufficiale diffusa ieri, Ruto ha anche invitato i politici tanzaniani a praticare il dialogo e a risolvere l’attuale situazione politica tesa nel Paese, invitando anche “il popolo patriottico della Tanzania a sostenere la pace e lo stato di diritto e incoraggio tutti gli attori politici e le parti interessate ad abbracciare il dialogo e la tolleranza nel tentativo di risolvere qualsiasi problema per salvaguardare la democrazia e la stabilità”.

Ruto, che ha parlato per la prima volta delle elezioni in Tanzania, ha espresso la disponibilità del Kenya a sostenere il ritorno della pace e della stabilità nel Paese, con le proteste in Tanzania entrate nel quinto giorno: l’obiettivo manifesto di Ruto è perseguire “la nostra visione condivisa per un’Africa orientale pacifica, prospera e integrata”.

Ciò che manca nella nota presidenziale di Ruto è un accenno ai keniani che avrebbero perso la vita nelle proteste tanzaniane e che hanno attirato l’attenzione di tutto il mondo su quanto sta succedendo in Africa orientale: Hussein Khalid della Ong keniana Vocal Africa ha detto all’agenzia infoMundi, tramite alcuni messaggi, che l’organizzazione ha ricevuto “segnalazioni di keniani rimasti uccisi” in Tanzania.

La comunione di intenti dei sistemidi repressine dei governi e dei presidenti di Kenya, Uganda e Tanzania è un fatto che è facilmente dimostrabile: mercoledì sera, allo scoppio delle prime proteste in Tanzania dopo gli exit-poll, Suluhu avrebbe avuto delle telefonate separate con i presidenti Ruto (Kenya) e Museveni (Uganda), ma i dettagli delle telefonate non sono stati resi noti. Da tempo infatti il tema drammatico degli arresti arbitrari e delle cosiddette extraordinary renditions (estradizioni illegali, ma sarebbe più corretto chiamarle deportazioni per rendere bene l’idea) in Kenya, Tanzania e Uganda è messa al centro dagli attivisti per i diritti umani, che provano a forzare l’agenda politica imponendo il tema degli attivisti scomparsi in questi Paesi. C’è il clamoroso caso di Kizza Besigye, rapito in Kenya e deportato in Uganda, dove è a processo e rischia la pena di morte, c’è il caso dell’attivista tanzaniana Maria Sarungi Tsehai, sfuggita ad un rapimento a Nairobi.

Kizza Besigye
Kizza Besigye

Prima di lei, alla fine di luglio 2024, ben 36 membri del Forum per il cambiamento democratico (Fdc, il partito ugandese di Besigye), erano stati arrestati nel Kenya occidentale e deportati in Uganda, dove sono stati accusati di “terrorismo” e rilasciati soltanto a ottobre. Dopo ci sono stati i casi di Boniface Mwangi (keniano) e Agather Atuhaire (ugandese), arrestati in albergo a Dar Es Salaam in Tanzania il giorno prima di un’udienza (non svoltasi) all’oppositore tanzaniano Tundu Lissu. Arrestati, torturati per giorni e deportati con la forza nel loro paese, il tutto fuori dalla legge e dalle regole dello stato di diritto.

Martha Karua, avvocato e importante figura dell’opposizione in Kenya, ieri ha detto di sentirsi “profondamente addolorata per queste uccisioni di massa” in Tanzania: “Il potere vale così tanta morte, così tanto spargimento di sangue, così tanta sofferenza? Questa è la domanda che pongo a Mama Samia”.

Soltanto in Kenya, dalle proteste della Gen Z dell’estate 2024, la Commissione nazionale per i Diritti umani del Kenya (Knchr) ha contato ben 82 casi di rapimenti, crimini che si sommano ai 60 morti nei giorni di protesta e all’Alta Corte di Nairobi si sta svolgendo un procedimento avviato dopo la scomparsa di sei attivisti durante le vacanze di Natale 2024, alcuni mai tornati a casa. In Tanzania la situazione è simile se non peggiore, come raccontò Maria Tsehai: gli attivisti per i diritti umani riferiscono che almeno 700 persone potrebbero aver perso la vita tra mercoledì 29 ottobre e venerdì 31 ottobre 2025, durante le proteste, ma il dato è praticamente impossibile da verificare. Abbiamo provato a contattare alcuni ospedali di Dar es Salaam ma abbiamo sempre ricevuto la stessa risposta: “Siamo pieni ma non vogliamo parlare, solo curare”. Nel frattempo, gli attivisti per i diritti umani chiedono l’annullamento delle elezioni, l’istituzione di un meccanismo di transizione inclusivo, riforme costituzionali e elettorali, prima di un nuovo voto.

L’Unione Europea, tra i primi al mondo a credere alle aperture di Samia Suluhu Hassan quando nel 2021 ha preso il potere, questa volta ha espresso “profonda preoccupazione per gli eventi” ed ha citato, in particolare, “la violenza, il blackout di Internet, le segnalazioni di irregolarità nello svolgimento delle elezioni” e “rapporti attendibili di un elevato numero di morti e feriti”.

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