Nuovo cinema sahrawi

di Diego Fiore
Cinema sahrawi
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Nei campi profughi i sogni non muoiono, anzi, in alcuni casi si alimentano. È così per Abdala Bani, 24enne sahrawi, che da quando era piccolo coltiva il desiderio di diventare «un grande regista». Abdala frequenta la scuola di cinema “Abidin Kaid Saleh” nei campi profughi in cui una parte del popolo sahrawi vive dal 1975, anno dell’occupazione marocchina del Sahara Occidentale. La scuola, nata nel 2003, è dedicata al primo reporter del Fronte Polisario che realizzò la maggior parte dei documentari sulla guerra tra l’esercito sahrawi e il Marocco. Il Sahara Occidentale è considerato dalle Nazioni Unite come uno dei uno dei pochissimi territori al mondo ancora non autonomi.

La “Abidin Kaid Saleh”, ora frequentata da quattro ragazze e sei ragazzi, è biennale e propone moduli di studio sull’evoluzione tecnica del cinema, sulla fotografia, sul suono e le luci. Le lezioni teoriche sono completate con esercitazioni e lezioni di “assemblaggio” del lavoro svolto dagli studenti.

«Sogno – racconta Abdala – da moltissimo tempo di diventare un regista. Ho sempre detto a tutti che lo sarei diventato e la mia famiglia mi sostiene. Questo mi dà grande forza». Un sogno difficile da portare avanti per tutta una serie di ragioni. Nei campi profughi la vita quotidiana è difficile, al limite della pura sopravvivenza. L’acqua è una risorsa scarsissima, il cibo arriva grazie agli aiuti internazionali, il clima del deserto è proibitivo. Dalla solidarietà dipende tutto il resto. La maggior parte dei sahrawi, quindi, non ha la possibilità di lavorare e anche i rappresentanti del governo vivono nelle costruzioni tipiche dei campi.

Certo è che negli anni la vita è migliorata: la strada che collega le wilaya (i quartieri) è stata asfaltata, sono sorti negozi e anche l’elettricità e la rete Internet non sono più (o almeno non sempre) un miraggio. Traguardi che hanno sì migliorato la vita in un territorio dalla natura inospitale (le estati raggiungono anche i 50 gradi) ma che sono stati visti da molti, per lungo tempo, come non del tutto positivi. Rendere la vita migliore nei campi significa infatti perdere la speranza di lasciare presto gli accampamenti per tornare nel Sahara Occidentale. Speranza che la stragrande maggioranza dei sahrawi non è disposta ad abbandonare.

Abdala vive con i suoi genitori e sua sorella nella wilaya di El Aaiún. I quartieri in cui si dividono i campi profughi del deserto algerino prendono il nome delle città del Sahara Occidentale. Abdala, così come tutti coloro che sono nati dopo il 1975, è sempre vissuto in questi campi.

Il motivo che sta dietro al suo sogno è chiaro e in qualche modo prevedibile. «La cosa per me più importante è far conoscere la storia del mio popolo in tutto il mondo. Questo è il mio obiettivo e credo che il cinema possa essere uno strumento determinante. Sento che realizzare un film sui sahrawi può aiutare la mia famiglia e tutti noi a sensibilizzare la gente, a farci uscire dalla condizione di eterni profughi».

Abdala, cresciuto con i racconti del padre, si prepara e si degusta il tè tipico dei sahrawi: amaro come la vita, dolce come l’amore e soave come la morte. «Mio padre – prosegue – mi racconta sempre la sua vita da soldato del Fronte Polisario e di quando abitava nella nostra terra prima dell’occupazione. Credo che un film che racconti tutto questo possa essere importante non solo per noi, per non dimenticare la guerra e ciò che abbiamo sofferto e soffriamo tuttora, ma anche per tutti coloro che credono nel diritto all’autodeterminazione».

La scuola di cinema che frequenta Abdala fa parte del coordinamento delle associazioni di solidarietà con il Sahara Occidentale, il CEAS-SAHARA, che racchiude più di 200 realtà che cooperano con il popolo sahrawi nella ricerca della pace e dell’autodeterminazione. Ogni anno dal 2003 (tranne nel 2020, causa pandemia), tramite il progetto “Cinema for the Sahrawi people”, si realizza, tra le altre cose, il Sahara International Film Festival (FISAHARA), l’unico festival cinematografico al mondo tenuto in un campo profughi. Negli anni il festival ha attirato il sostegno di celebrità del cinema spagnolo, tra cui Penélope Cruz, Javier Bardem e Pedro Almodóvar, e di musicisti come Fermín Muguruza, Manu Chao, Macaco, Iván Ferreiro, El Chojin e Tomasito, che si sono esibiti in concerti durante il festival.

(testo di Alice Pistolesi – foto di Maria Novella De Luca)

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