di Ilaria Carmen Restifo – Centro Studi Amistades
Come la gestione predatoria del greggio alimenta le disuguaglianze, tra eredità coloniale, crisi della governance locale e gruppi di controllo.
La chiamano maledizione delle risorse, quella che tormenta le terre ricche di giacimenti. Ma non esiste fatalità quando si parla di architetture estrattive: la disparità tra ricchezza del sottosuolo e povertà sociale è il risultato diretto di modelli di governance escludenti. Quella che appare come una ‘maledizione’ è in realtà una strategia deliberata, dove l’idrocarburo cessa di essere un asset di sviluppo per diventare strumento di controllo nelle mani di élite burocratiche e apparati aziendali, consolidando un rapporto centro-periferia che sacrifica i territori al profitto globale.
Il primo novembre 2025, Donald Trump scuote la diplomazia africana con dichiarazioni durissime sul suo social Truth, definendo la Nigeria un ‘disgraced country’ per la sua incapacità di fermare i massacri di cristiani. Quel che è avvenuto nella notte tra il 25 e 26 dicembre è cosa nota: le forze speciali statunitensi lanciano un raid aereo contro obiettivi dell’Isis nello stato di Sokoto, a nord-ovest della Nigeria.
Molti analisti sono però reticenti nel definire unilateralmente le violenze come campagna di sterminio contro i cristiani da parte delle forze jihadiste, a cui, peraltro, si affiancano anche fenomeni di banditismo armato e rapimenti di massa. Anzi, le violenze colpiscono in maniera trasversale gli appartenenti di ogni fede, con elevate vittime anche tra i fedeli musulmani. Diversi leader islamici, tra cui il Sultano di Sokoto, sostengono da tempo che la crisi di sicurezza sia trasversale e colpisca i nigeriani di ogni fede.
“Siamo preoccupati dal fatto che anche i musulmani e molti cittadini innocenti di diversi contesti etnici siano stati vittime della stessa crudeltà che continua a profanare la nostra comune umanità”. E’ l’allarme della Conferenza Episcopale Nigeriana (CBCN) di novembre 2025, sull’escalation umanitaria che tiene in una morsa di violenza il Paese. Dichiarazioni che riecheggiano nelle parole di Cornelius Omonokhua, Direttore Esecutivo del Consiglio Interreligioso Nigeriano: “I cristiani sono stati massacrati, i musulmani sono stati massacrati. In Nigeria è in atto una guerra contro l’umanità da parte di banditi e terroristi”.
Il West Africa Security Tracker 2025, ha registrato 5.768 morti in Nigeria solo nella prima metà del 2025, “riflettendo un panorama di conflitto complesso e su più fronti”.
Ma mentre al Nord le violenze sono legate a terrorismo e banditismo, nel Delta del Niger la partita si gioca attorno al petrolio e al furto di greggio, il cosiddetto oil bunkering. Il petrolio alimenta conflitti tra milizie e gang per il controllo di territori devastati dall’eredità tossica delle International Oil Companies (IOCs), che battono in ritirata a favore di operazioni offshore più remunerative.
Il recente calo del furto di greggio nel Delta del Niger non sancisce la fine del crimine, ma la sua istituzionalizzazione. Attraverso contratti di sicurezza, il governo ha integrato ex militanti nel sistema legale di protezione dell’export, che ricevono ora una parte della torta petrolifera. E’ il caso della società dell’ex leader ribelle Tompolo (Tantita Security Services), che ha ottenuto dalla NNPC, compagnia petrolifera di Stato, la conferma di un accordo miliardario nel periodo 2024/2025. “Grazie agli sforzi congiunti delle Forze di Sicurezza Generali e dei Contractor di Sicurezza Privati (TANTITA)… [le perdite] si sono ridotte del 90%, scendendo a 9.600 barili al giorno nel settembre 2025”, si legge in un comunicato del regolatore nigeriano NUPRC. A gennaio 2026, la Tantita ha anche stretto accordi con la società statunitense Textron Systems per l’acquisto di droni Aerosonde Mk.4.7 per il monitoraggio aereo.
Il rapporto Gangster’s Paradise 2025 analizza il problema della violenza tra gang giovanili in Nigeria. Mentre al Nord il terrorismo ha cannibalizzato ogni forma di criminalità, a Sud il cosiddetto “cultismo” è diventato l’unica risposta alla deprivazione economica, e il petrolio trasforma la disoccupazione giovanile (oltre il 50%) in bacino di reclutamento armato. “Gli intervistati attribuiscono il vandalismo e la pirateria a ‘strategie di sopravvivenza’… Le fuoriuscite di petrolio e l’incuria governativa alimentano cicli di povertà, danno ambientale e resistenza criminale”, si legge su un’analisi di ResearchGate di agosto 2025 sui fattori socioeconomici nel Delta del Niger.

Dentro il cuore del paradosso
“I benefici macroeconomici non si sono ancora tradotti in miglioramenti significativi degli standard di vita”. Così, il Fondo Monetario Internazionale (FMI), riassume la situazione in Nigeria nel suo Article IV Mission Nigeria 2025.
La rapidità con cui sono stati tagliati i sussidi ai carburanti mette in luce la pressione esercitata dalle istituzioni finanziarie internazionali. “Negli ultimi due anni le autorità nigeriane hanno attuato importanti riforme che hanno migliorato la stabilità macroeconomica e rafforzato la resilienza. Le autorità hanno eliminato i costosi sussidi sui carburanti, interrotto il finanziamento monetario del disavanzo fiscale e migliorato il funzionamento del mercato dei cambi. La fiducia degli investitori si è rafforzata, aiutando la Nigeria ad accedere con successo al mercato degli Eurobond e portando a una ripresa degli afflussi di portafoglio”, si legge nel comunicato stampa dell’FMI del 2 luglio 2025.
Abuja ha dunque impresso una svolta radicale alla politica economica per assicurare la tenuta del sistema-Paese: taglio dei sussidi ai carburanti (per anni una voragine nei conti pubblici) e fine al finanziamento monetario del deficit. Ma se da un lato il Paese piace agli investitori, dall’altro non riesce a sfamare la popolazione: l’economia statale è migliore, ma la realtà sociale è un bollettino di guerra.
Leggendo questo paradosso in cifre, ne emerge un’istantanea eloquente per il 2025: nonostante una crescita del PIL reale a 3,9%, l’inflazione – soprattutto quella alimentare – non accenna a mollare la presa (21,26% nel 2025) e la popolazione in stato di indigenza registra un aumento verticale, raggiungendo la cifra record di 139 milioni (61% del totale). Intanto il settore estrattivo rialza la testa: nel 2025 la sola quota di greggio è salita a una produzione di 1.5 milioni di barili al giorno (bpd).
Le riforme hanno agito come uno shock asimmetrico: da un lato il successo dei mercati, dall’altro rimozione dei sussidi e svalutazione monetaria hanno spinto milioni di cittadini oltre la soglia della povertà in soli due anni.
Al paradosso sociale, si affianca quello energetico: in assenza di raffinerie efficienti, per decenni la Nigeria ha esportato greggio e importato circa il 90% di carburante raffinato attraverso intermediari che gonfiavano i prezzi. Il punto di svolta è stato settembre 2024, quando la raffineria di Aliko Dangote, un privato sostenuto dal governo, ha avviato la produzione interna di benzina, con una capacità prevista di 650.000 barili al giorno. La raffineria di Lekki è un progetto politico di sovranità: punta a ridurre la dipendenza nigeriana dalle importazioni di carburante raffinato per diventare esportatore netto. Ma il cammino verso l’indipendenza è in salita: richiede equilibrio tra profitto e tenuta sociale in un Paese che non può più permettersi di avere carburante a prezzi sussidiati. E mentre si celebra l’aumento delle esportazioni di greggio, la Nigeria deve decidere se vendere all’estero per far cassa o abbassare il prezzo della benzina interna e darlo a Dangote, che ha più volte denunciato azioni di sabotaggio da parte di chi ha interesse a proteggere il mercato dell’import.
La Raffineria Dangote punta a una pax sociale comprata col carburante, ma il Delta del Niger è intrappolato in un passato di devastazione tossica. In questo scenario, le IOCs se ne vanno, lasciandosi alle spalle un’eredità di distruzione ambientale, ma anche una certa capacità di deterrenza nelle aree operative onshore, dove di fatto gestivano, sebbene in modo molto controverso, la sicurezza sul campo.

Fuga dal Delta del Niger
Il panorama petrolifero in Nigeria ha assistito a una ondata di acquisizioni nel 2024. Non si tratta di semplici avvicendamenti societari ma di un esodo coordinato delle Major internazionali dai bacini onshore verso le più sicure (e redditizie) acque profonde del Golfo di Guinea. Giganti come Eni, Shell, ExxonMobil, TotalEnergies stanno finalizzando una migrazione di massa dagli asset, trasferendo le storiche concessioni sulla terraferma a operatori locali. Un cambio di paradigma che va oltre il ribilanciamento di portafoglio e che passa la staffetta al controllo energetico nazionale.
Perché? Con i dovuti distinguo tra le diverse strategie, sono tre i principali pilastri chiamati in causa: focus sulle attività redditizie offshore, semplificazione degli asset, rischi operativi legati ai furti di petrolio e, ultimi ma non ultimi, ai contenziosi ambientali.
Di fatto, la strategia delle multinazionali sembra essere un modello di de-risking: spostare il business case da asset meno redditizi a un modello ad alta redditività, trasferendo i rischi operativi ai player locali. Le analisi di settore confermano che gli investimenti in GNL o in attività offshore offrono un rendimento sul capitale molto superiore rispetto alla manutenzione onerosa di infrastrutture onshore obsolete.
Le operazioni di vendita tramite gli Share Purchase Agreement, creano l’ennesimo paradosso. Un paradosso di responsabilità: se una IOC vende una sussidiaria, l’entità legale che ha commesso l’inquinamento rimane la stessa, ma i nuovi proprietari sono nigeriani. In molti casi, poi, l’operatore è solo il parafulmine: l’entità legalmente responsabile per la manutenzione delle pipeline. Ma l’operatore ha spesso una quota di minoranza, laddove la maggioranza azionaria è detenuta dalla compagnia di Stato NNPC che, come è stata spesso accusata da report del FMI e della Banca Mondiale, non paga i cash calls, cioè le quote di manutenzione nelle Joint Venture.
Per decenni le Major hanno usato questo “scudo” societario. Ma negli ultimi anni, i tribunali europei stanno ribaltando questa logica. Basti ricordare la storica sentenza della Corte d’Appello dell’Aiacontro Shell per le perdite a Oruma e Goi, quando la sussidiaria nigeriana di Shell (SPDC, ora venduta a Renaissance Africa) è stata ritenuta responsabile dei danni causati dalle perdite. Sulla stessa linea si pone il richiamo dello scorso luglio di sette Relatori Speciali dell’ONU a Shell, Eni e altre major: “La Nigeria viene utilizzata come esperimento per un disinvestimento senza bonifiche… È pertanto di estrema importanza che le violazioni dei diritti umani derivanti dalla forma di disinvestimento attualmente adottata dalle compagnie petrolifere siano affrontate appieno e ricevano rimedi e risarcimenti efficaci”. I rapporti di Amnesty International denunciano che molte delle bonifiche effettuate, con certificazioni facili da parte delle autorità nazionali, non hanno affrontato la contaminazione profonda del suolo e delle falde acquifere, con il benzene che supera di 900 volte i limiti. La pipeline Tebidaba-Brass di ENI (ora passata sotto il controllo operativo di Oando Plc) è il simbolo di una infrastruttura obsoleta che ha da tempo superato la sua vita operativa e che si è guadagnata l’appellativo di “condotta più bucata d’Africa”. Sono centinaia le perdite documentate dall’agenzia nigeriana di monitoraggio NOSDRA e da Amnesty International.
Il disimpegno delle IOCs dal Delta del Niger è il culmine di un modello estrattivo globale che privatizza i profitti e collettivizza i costi socio-ambientali. Vendendo asset obsoleti a operatori locali meno vigilati, le multinazionali incassano milioni eludendo colossali spese di bonifica. Ne emerge una strategia di scarico delle responsabilità sulle periferie del mondo, dove lo Stato, incapace di onorare la propria quota di costi, lascia le comunità in un inquinamento irreversibile. In questo scenario, la Nigeria solleva una domanda esistenziale: può esistere una governance energetica globale che non sia costruita sul sacrificio delle periferie, e che non trasformi una risorsa collettiva in maledizione?



