Mali: traffico illegale di beni artistici, analisi e proposte

di Enrico Casale
terracotta Mali

L’instabilità in Mali sta distogliendo l’attenzione dal problema della tutela dei beni artistici e culturali del Paese. Lo evidenzia Allan Ngari, coordinatore dell’Osservatorio regionale sulla criminalità organizzata dell’agenzia Enact per l’Africa occidentale, in un recente rapporto.

Il commercio illegale di manufatti in terracotta e bronzo, perline antiche, manoscritti medievali e altri oggetti archeologici provenienti da Djenné, Mopti e dalle aree di interesse archeologico nel Mali centrale è dilagante. Si stima che il 90% dei siti in Mali siano stati saccheggiati. “Il valore soggettivo dell’arte rende difficile tradurre in termini economici questa perdita”, afferma Julia Stanyard, analista della Global Initiative Against Transnational Organised Crime e citata da Ngari.

A luglio dello scorso anno, le Nazioni Unite avevano lanciato l’allarme rispetto a una truffa milionaria che riguardava la vendita di terrecotte Djenné del Mali apparentemente commercializzate con l’autorizzazione dell’Unesco. Questa truffa, osserva Ngari, ha messo in luce “una forma organizzata di saccheggio e commercio di beni culturali”. Nonostante la costante e catastrofica perdita per il patrimonio culturale collettivo del popolo maliano, le informazioni sul commercio illegale rimangono rare e scarne.

Dallo scoppio del conflitto in Mali nel 2012, le rotte di contrabbando favoriscono i suoi spazi non governati, con merci – compresi manufatti culturali saccheggiati – che transitano attraverso il Marocco e l’Algeria verso l’Europa e oltre. “Sembra che, in questo conflitto, vi sia una crescente collaborazione tra gruppi criminali organizzati e gruppi estremisti”, scrive Ngari nel suo studio. “Entrambi sfruttano le tattiche e le operazioni reciproche, nonché il conflitto, aumentando l’insicurezza e le opportunità di attività criminali nella regione”.

Indagare su questo furto pervasivo è complesso. Ogni tipo di manufatto ha una rotta di traffico e un mercato di destinazione diversi, e questo comporta la necessità di attivare strategie di indagine e ricognizione diversificate per ricostruire la catena di valore criminale coinvolta nel contrabbando e nel commercio dei manufatti. La Direction Nationale du Patrimoine Culturel (Direzione nazionale del patrimonio culturale) e le forze dell’ordine, sono legalmente incaricate di gestire e proteggere i siti archeologici e dovrebbero occuparsi della cose. Tuttavia, come rileva Ngari, “l’insicurezza e le capacità limitate sembrano aver paralizzato il loro lavoro. È quasi impossibile per i funzionari accedere ai siti e la mancanza di finanziamenti per sensibilizzare le comunità locali compromette i loro mandati di protezione”. Arrestare commercianti illegali di manufatti culturali in Mali prescindendo da altri crimini complessi, appare quasi un’operazione impossibile.

L’Organizzazione mondiale delle dogane, l’Unesco e altre organizzazioni internazionali hanno avviato delle reti di collaborazione per provare a bloccare il traffico illegale e le truffe. L’aumento dell’azione penale dovrebbe costituire una parte essenziale di una risposta più ampia e completa. Ma fino ad ora non c’è stato, osserva Ngari, “un solo procedimento giudiziario in Mali relativo al commercio illegale di beni culturali”. Il rischio di essere arrestati e processati è molto basso mentre le opportunità di guadagno sono elevatissime.

Secondo Ngari ci sono quattro fattori che impediscono al Mali di affrontare in modo efficace il commercio illegale di manufatti culturali. Il primo è che pur avendo il Mali incorporato nelle sue leggi la Convenzione del 1970 sul traffico illecito, nazionalizzato i manufatti archeologici scavati, e vietato gli scavi da parte di privati ​​e la sottrazione di beni culturali, i reati previsti comportano solo sanzioni amministrative.

Il secondo è la relativa indeterminatezza del concetto di patrimonio culturale e manufatti. Questo vale non solo per il Mali, ma per l’intera regione dell’Africa occidentale. I database pertinenti, quello dell’Interpol sulle opere d’arte rubate, sono utilissimi per identificare le antichità sottratte, ma gli attuali database di manufatti dall’Africa occidentale sono incompleti.

Il terzo è l’assenza di dialogo tra le leggi e quindi le azioni legali chiamate a contrastare la criminalità organizzata, la criminalità internazionale e il terrorismo. La risposta delle agenzie del sistema di giustizia penale non riesce a creare collegamenti tra gli attori e il loro modus operandi. Estremismo violento e criminalità organizzata si intersecano in Mali, contribuendo alla distruzione, al saccheggio e al commercio illegale di manufatti culturali.

Il quarto è il sistema giudiziario relativamente debole del Mali. “Per arginare il commercio illecito del patrimonio culturale del Mali, è essenziale affrontare i problemi sopra menzionati”, conclude Ngari. Oggi potrebbe esserci la possibilità di riuscirci “poiché l’attuale attenzione dei media sui manufatti rubati dal Mali può aumentare la consapevolezza del problema nei paesi di destinazione e fa pressione sull’opinione pubblica”.

(Stefania Ragusa)

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